Con l’approvazione dell’ultimo decreto sicurezza il governo Meloni accelera la costruzione dello stato di polizia. L’obiettivo è dare la mano libera alla polizia politica e alle questure per reprimere il dissenso in maniera arbitraria e appunto preventiva, evitando il più possibile qualsiasi forma di controllo giudiziario.
In questo senso si comprende l’introduzione di una nuova misura poliziesca introdotta dal decreto: l’arresto preventivo di 12 ore, un “compromesso” repressivo trovate tra le forze politiche di governo, ricordiamo che Salvini chiedeva l’arresto “precauzionale” di 48 ore.
Si tratta di una misura già presente in passato nell’ordinamento politico dello Stato italiano, dall’Ottocento passando per il fascismo fino agli anni della Repubblica. Il regime fascista operava il fermo preventivo prima delle manifestazioni avvalendosi principalmente del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (TULPS), emanato con il Regio Decreto 18 giugno 1931, n. 773. L’uso del fermo preventivo era una pratica sistematica del regime per neutralizzare il possibile dissenso prima che potesse manifestarsi pubblicamente.
Prima di ogni festività o evento ufficiale del regime (come le celebrazioni del 21 aprile o le visite in città di Mussolini e degli esponenti della famiglia Savoia), le prefetture ordinavano fermi preventivi di massa con l’obiettivo di “bonificare le città da elementi considerati “sovversivi” (comunisti, socialisti o anarchici già schedati nel Casellario Politico Centrale).
La polizia politica e la sua rete di spie raccoglieva costantemente informazioni sui singoli militanti ritenuti avversi al regime. Ogni questura possedeva liste aggiornate di “sospetti” da fermare obbligatoriamente ad ogni “allarme” di ordine pubblico, trasformando il fermo in una vera e propria routine amministrativa di controllo sociale.
Cambiano i regimi ma la sostanza del fermo non cambia: impedire a persone genericamente considerate sospette o pericolose per il regime di manifestare il proprio pensiero e dissenso.
Questo strumento si aggiunge al foglio di via, per esempio utilizzato ampiamente e in maniera spregiudicata dal Questore Sartori per reprimere il dissenso nella città di Bolzano, e all’avviso orale, un tempo chiamato ammonizione: un provvedimento con cui le autorità intimano al soggetto colpito di cambiare condotta. Oltre a questo il nuovo decreto sicurezza introduce la possibilità di infliggere il Daspo dai cortei e il divieto di partecipare a manifestazioni e riunioni pubbliche per condannate per una vasta serie di reati.
Misure repressive adottate in un periodo storico in cui il conflitto sociale è pressochè assente. Anche qui si può quindi dire che si tratta di misure repressive preventive che indicano i piani che questi oppressori hanno in mente.

Le èlite al potere, corrotte nell’animo e senza alcuna morale, temono possibili insubordinazioni e attraverso strumenti preventivi utilizzano la polizia per cercare di colpire le avanguardie, chi ha maggiore esperienza e chi partecipa alle lotte. In tutti questi provvedimenti colpisce l’immensa arbitrarietà dei provvedimenti, che sono ben calibrati per colpire le residue sacche di conflittualità sociale che resistono nel paese.
L’obiettivo del governo è pacificare il paese sotto il tallone di ferro delle forze di polizia, spaventare e intimorire chi scende in piazza. Si tratta di misure di guerra che vogliono silenziare ogni forma di dissenso proveniente dal popolo, dai proletari, da chi no ha altro strumento per farsi sentire se non quello di scendere in piazza.
Si tratta di misure autoritarie e fascistoidi che hanno il chiaro obiettivo di difendere gli interessi del blocco economico che sostiene il governo. Su questo non si può dire che l’attuale governo non sia coerente con la propria storia e i propri riferimenti storici e “culturali”. Difendono gli interessi e i privilegi di pochi calpestando i diritti di tutti.
La storia ci insegna che non esiste regime costruito su ingiustizie che prima o poi non crolli. Di fronte a un governo liberticida e sfruttatore, complice di guerre e di un genocidio come quello del popolo palestinese siamo fiduciosi che questo insegnamento darà ancora i suoi frutti. Ma sta a noi fare in modo che questo accada.
Per chiudere riportiamo qui di seguito una parte del diario del maestro anarchico Luigi Fabbri (Fabriano 1877 – Montevideo 1935) tratto dal libro “La prima estate di guerra. Diario di un anarchico” in cui racconta il periodo dell’entrata in guerra dell’Italia nel maggio 1915. Un piccolo estratto che restituisce in maniera chiara quale sia il senso del fermo preventivo e il suo stretto rapporto con la guerra e in generale con l’imposizione degli interessi di una piccola minoranza di privilegiati sul proletariato.
22 maggio 1915
[…] Che da un mese circa i servizi di polizia sono decuplicati, l’arma dei carabinieri aumentata da una quantità di richiamati, le ferrovie sorvegliate da sentinelle su tutta la linea, nei ponti viadotti e tunnels; così pure la sorveglianza dei sovversivi è diventata noiosa (io stesso ho avuto fin qui in permanenza i carabinieri sotto casa) la corrispondenza postale è soggetta ad inverosimili disguidi, smarrimenti o ritardi, ecc. In questi ultimi due giorni, specie dopo il 2 maggio, far arrivare ai giornali sovversivi degli articoli e notizie è un vero problema. Posta, telefono e telegrafo trasmettono a tutti i quotidiani lunghe e particolareggiate notizie sul movimento favorevole alla guerra; il movimento contrario è sabotato e spesso soppresso del tutto dalla censura telefonica e telegrafica. […] In varie città son cominciati alla sordina degli arresti, non si capisce bene se per misura di precauzione o nell’intento di imbastire dei futuri prossimi processi!
29 maggio 1915
Sette giorni di silenzio…. Forzato! Tre o quattro ore dopo aver scritto quanto precede, sono venuti ad arrestarmi. Niente di grave: un semplice arresto di precauzione. La mia detenzione non sarebbe durata che il tempo della mobilitazione e anche meno. Sono stato infatti in carcere appena sei giorni; eravamo in sette arrestati, sei anarchici ed un socialista. Ier sera sono tornato a casa; e ci sono tornato assai mortificato. Se anche altrove è andata così, è un’altra sconfitta che dobbiamo mettere nel nostro conto… Non solo il governo ha fatto la mobilitazione, la guerra e tutto quel che ha voluto , ma ha dimostrato anche di non temer punto i partiti sovversivi, – dal momento che se l’è cavata con appena sei o sette giorni di arresti inflitti qua e là ai più noiosi ed a quelli reputati più avversi alle istituzioni.
[…]
La guerra è cominciata il 24 scorso, e subito sono incominciate le magnificazioni iperboliche del valore del soldato italiano, dell’esercito, della concordia nazionale, e via discorrendo. Pare che l’esercito italiano avanzi tanto a nord che ad est […] è proibito dare notizie sui morti e feriti […] I primi atti del governo, subito dopo la mobilitazione e poco dopo la dichiarazione di guerra, sono stati: un’amnistia, sospensione del segreto postale e censura della cirrispondenza, sospensioni delle libertà costituzionali per le riunioni politiche ed altre misure restrittive di P.S, dichiarazione dello stato di guerra per tutto il Veneto, la Valtellina, il Bresciano, il Mantovano, il Ferrarese, le Romagne, il Bolognese, e tutta la costa adriatica, più il sequestro preventivo e la censura per la stampa d’ogni genere. […] La guerra è la guerra! Solo per l’amnistia è bene fare qualche osservazione per coglierne il lato ipocrita e reazionario: questo atto di clemenza sovrana dà l’amnistia per tutti i reati pei quali la legge stabilisce una pena non superiore ai 30 mesi […] si escludono dal beneficio dell’amnistia tutti i condannati per reati di carattere politico […] Anche questa volta si è voluto chiudere la via del ritorno ad Errico Malatesta.