Grazie di tutto, Giampiero

Non ci sono parole adeguate per ricordare l’avvocato Giampiero Mattei, un uomo di rara generosità, intelligenza e rigore morale, sempre dalla parte dei più deboli, di chi lotta contro le strutturali ingiustizie della società in cui viviamo. Aveva messo le sue capacità a disposizione di chi non ha mai rinunciato a dare battaglia. Dalla difesa dei compagni inquisiti nelle varie inchieste repressive imbastite negli anni dalla Procura di Trento, alla difesa dei lavoratori del porfido. Negli ultimi tempi molte delle sue energie erano dedicate alla difesa di decine di compagni sotto processo per la manifestazione contro il muro del Brennero del maggio 2016. Umile come solo le grandi persone sanno essere, continerà a vivere nel cuore di chi lo ha conosciuto, apprezzato, ringraziato.

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“Un insegnante come Leopold Steurer”. Le ferite aperte del Sudtirolo

Pubblichiamo di seguito la traduzione in italiano dell’articolo “Ein Lehrer, wie der Herr Steurerdi Florian Kronbichler, recentemente pubblicato sul settimanale ff. Una conversazione fra lo storico sudtirolese Leopold Steurer e Martha Ebner, vedova di Anton Toni Ebner, deputato per la SVP dal 1948 al 1963 nonché direttore – dal 1951 – della casa editrice Athesia e – dal 1956 – del giornale Dolomiten.
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[Brennero-Lana] La frontiera è ovunque. Propaganda, razzismo e Racial Profiling

All’alba di sabato 18 dicembre, a pochi chilometri dal passo del Brennero, sono stati investiti e uccisi da un treno Mohamed Basser, di 26 anni, e Mostafà Zahrakame, di 46 anni. Dopo aver varcato a piedi il confine con l’Austria si erano diretti in Italia per ragioni sconosciute ma facilmente intuibili.

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[Bolzano] Striscioni e volantini contro la guerra di fronte a IVECO DV

Sabato 19 dicembre a Capo Frasca, in Sardegna, si è svolta un’importante manifestazione antimilitarista durante la quale, nonostante il massiccio impiego di reparti celere antisommossa, di lacrimogeni ad altezza uomo, di un elicottero e di un idrante, i manifestant* sono riusciti a recidere decine di metri di filo spinato riuscendo così ad entrare nel perimetro del poligono militare. Per la preziosa mobilitazione sarda contro la guerra e le infrastrutture che la permettono, la Procura di Cagliari ha imbastito una pesante inchiesta repressiva chiamata Lince (dal nome di alcuni mezzi militari incendiati da anonimi) che ha trovato un’ampia solidarietà. Per tale giornata, alcuni compagni di Bolzano hanno deciso, con una piccola azione simbolica, di rendere visibile alla città uno stabilimento che vive di guerra e che giustifica la propria esistenza in relazione al numero di conflitti che scoppiano – o vengono fatti scoppiare a seconda delle esigenze del profitto – sul pianeta.

Camminando per le strade della zona industriale di Bolzano capita spesso di imbattersi nel passaggio di mezzi militari come il Lince o il Centauro, prodotti nel capoluogo sudtirolese ed utilizzati poi contro chi si oppone alle politiche di sfruttamento e oppressione del capitalismo. Il confine fra guerra interna ed esterna è sempre più labile tanto che da diversi anni i militari vengono utilizzati sempre più spesso anche per progetti nazionali del capitale; basta ricordare la presenza dei militari e dei mezzi militari Lince a difesa dei cantieri del Treno ad Alta Velocità (TAV) in Val di Susa. 

La presenza di un pugno di compagni fuori da uno dei principali stabilimenti industriali-militari italiani e internazionali con pochi striscioni e volantini è sicuramente poco più di un’azione di testimonianza ma ha il merito di rendere visibile a chi si gira dall’altra parte e a chi non è abituato a porsi domande di alcun tipo, cosa viene prodotto dietro a quelle mura e che utilizzo verrà fatto dei mezzi militari. Poche righe per ricordare che la guerra inizia qui, anche nella ricca e tranquilla città di Bolzano, dove vengono prodotti strumenti che seminano morte e disperazione nei teatri di guerra in cui sono stati coinvolti i principali eserciti occidentali: dall’Afghanistan all’Iraq. Poche righe per ricordare che le guerre e l’apparato industriale connesso, che sono fra le cause dell’espulsione di milioni di persone dalle proprie case, sono qui.

La guerra inizia qui. Foto presa da Bolzano Antifascista

Di seguito il testo pubblicato sulla pagina Fb di Bolzano Antifascista.

TOGLIAMO LE FABBRICHE ALLA GUERRA

Da Bolzano alla Sardegna nessuna pace per chi vive di guerra

Alcuni compagni sono andati di fronte allo stabilimento industriale-militare Iveco Defence Vehicles di Bolzano per portare solidarietà agli antimilitaristi sardi inquisiti nell’ambito dell’operazione repressiva Lince, per sostenere la manifestazione contro i poligoni militari che si tiene oggi, 19 dicembre 2021, a Capo Frasca in Sardegna, contro l’occupazione militare dell’isola e per denunciare le responsabilità di chi, come Iveco e altre aziende belliche, fa profitti sulla guerra e sui progetti predatori neocoloniali che devastano e saccheggiano i paesi più poveri lì dove il capitale lo richiede.

Negli ultimi due anni la narrazione mediatica e politica della pandemia come un conflitto contro il virus ha rilanciato il mito della guerra come una mobilitazione positiva, in cui il sostegno al Governo, composto anche da militari, è strettamente legato all’emarginazione e alla criminalizzazione di opinioni e critiche dissonanti dalla retorica ufficiale. Ogni protesta che viene dal basso viene criminalizzata e spesso mistificata ma nessuno ricorda come fu Confindustria – il cui presidente Bonomi è sempre in prima pagina ad attaccare chi sciopera e protesta – ad opporsi alla chiusura delle fabbriche nel periodo peggiore dell’epidemia, determinando conseguenze devastanti per la salute di migliaia di lavoratori.

Lo stato d’emergenza permanente (prima del Covid, c’era il terrorismo islamico e poi l’emergenza immigrazione) e la relativa costruzione continua di miti, eroi e traditori, permette a chi governa di semplificare la realtà e ridurla a propaganda, evitando dunque il confronto con le cause strutturali della pandemia ovvero la sistematica distruzione dell’ambiente in nome del profitto economico di pochi così come i pesanti tagli alla Sanità pubblica operati negli ultimi anni da tutti i membri attuali del Governo Draghi.

Nonostante il bollettino di morti giornaliero e la tragica situazione del pianeta, nel Paese ci sono diverse agghiaccianti continuità con le politiche economiche prepandemiche; una di queste è il costante aumento di spese militari con l’Italia che, come gli altri membri della NATO, si è impegnata ad arrivare a spendere il 2% del proprio PIL per l’apparato bellico.

Mentre crescono povertà e disuguaglianze, secondo l’osservatorio Milex per il 2022 le spese militari italiane previste saliranno quindi oltre i 25 miliardi di euro con un aumento del 3,4% rispetto al 2021 e un aumento di circa il 20% in 3 anni, destinato all’acquisto di tecnologie militari sempre più letali. La produzione di armi, la ricerca e sviluppo di armamenti, le fiere internazionali cui hanno partecipato i principali mercanti di morte fra cui Iveco non hanno conosciuto alcun lockdown.

Curioso” come nel bel mezzo di una pandemia mondiale il pensiero di pressochè tutti i governi sia indirizzato alla continua corsa agli armamenti in vista di un futuro prossimo in cui evidentemente le politiche predatorie del capitale – alla costante ricerca di territori ed esseri umani da sfruttare – si inaspriranno scavando un abisso sempre più profondo fra la parte ricca e privilegiata del pianeta, che produce e commercializza armi e tecnologie militari, e la sempre crescente popolazione di sfruttati e colonizzati che paga sulla propria pelle il profitto di tali industrie.

In molte parti del mondo, per decine di milioni di uomini e donne, la guerra non è solo retorica giornalistica o politica ma significa bombe, prigionia, torture, lager, stupri, morte, sangue, carne strappata, menomazioni, distruzione e disperazione materiale. Uomini e donne che negli ultimi 20 anni sono stati espulsi dalle politiche guerrafondaie occidentali e dei suoi alleati, responsabili della devastazione di paesi come Afghanistan, Palestina, Iraq, Libia, Yemen, Siria, Kurdistan e di aver portato alla destabilizzazione intere aree geografiche, in stato di guerra permanente.

La guerra per continuare a uccidere e devastare ha bisogno di politici e giornalisti che la giustifichino e la promuovano (mentre chi come Julian Assange svela crimini di guerra e le menzogne di Stato sui cui sono state promosse e condotte le guerre in Iraq e Afghanistan viene incarcerato), di basi militari e poligoni in cui esercitare le truppe, centri di ricerca in cui elaborare armi sempre più letali e fabbriche che costruiscano armi e mezzi per uccidere.

Soltanto la solidarietà internazionalista dal basso può riuscire a fermare gli ingranaggi della guerra. Due anni fa a Genova, i portuali hanno scioperato, rifiutandosi di lavorare su una nave dell’Arabia Saudita che trasportava armi, denunciando così i crimini di guerra di cui il regime saudita è responsabile in Yemen. In Sardegna da anni è in corso una mobilitazione antimilitarista contro poligoni e basi in cui l’Esercito italiano, insieme ad altri fra cui quello israeliano, sperimenta armi e tattiche militari da utilizzare poi contro chi si oppone alle politiche di occupazione e sfruttamento occidentali. Per queste mobilitazioni le Procure di Genova e Cagliari hanno imbastito pesanti operazioni repressive in cui decine di compagni/e sono sotto processo per reati associativi, colpevoli di non aver lasciato in pace chi vive di guerra.

La guerra ha bisogno anche di fabbriche e stabilimenti il cui profitto aumenta in proporzione diretta con la diffusione di conflitti armati e massacri, spesso fomentati dall’esterno e da chi ha interesse a vendere armi. Sempre in Sardegna, a Domusnovas, la fabbrica RWM produce le bombe che vengono poi sganciate sulla popolazione yemenita mentre a Bolzano, all’interno dello stabilimento Iveco in via Volta, vengono prodotti mezzi militari – fra gli altri il Lince – destinati agli eserciti di tutto il mondo, fra cui anche i Marines dell’Esercito degli Stati uniti, e impiegati poi per difendere i privilegi occidentali nei teatri di guerra del Medio Oriente e in Africa.

La guerra è anche qui, nelle banche che speculano sulla disperazione e lo sfruttamento dei proletari e nelle fabbriche che non esitano a guadagnare e macinare profitti sul sangue degli oppressi. Spezziamo il silenzio e l’indifferenza. La guerra inizia qui.

Massima solidarietà a chi si batte contro la guerra e il sistema economico che la permette. A fianco dei compagni e delle compagne inquisiti nell’operazione Lince.

Non lasciamo in pace chi vive di guerra.

Guerra alla guerra!

Per approfondire sull’occupazione militare della Sardegna:

A Foras

Questione sarda e complesso militare-industriale 

Attività militari in Sardegna. Un intervento a Radio Tandem 

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[Bolzano] A proposito di Daspo, Decoro e Degrado. Un contributo critico

PER FARE POLITICHE DI DESTRA OCCORONO FIGURE POLITICHE DI SINISTRA

‘’Decoro, sanzioni e tanti ‘’vietato’’: Sindaco e destre presentano insieme la proposta di modifica del Regolamento di polizia urbana per far fronte alla fobia del “degrado”. La proposta di modifica del Regolamento di polizia urbana si caratterizza soprattutto per aver cambiato il proprio focus e orientamento: non più la salvaguardia del patrimonio in quanto tale ma il contrasto di tutto quello che possa minare il concetto morale e moralizzante di “decoro”. Gli strumenti? Daspo e multe salate.’’Salto.bz

Non è la prima volta che nella città di Bolzano vengono introdotte misure folli per contrastare la problematica ingigantita del degrado di Bolzano. Bisogna tenersi bene a mente che col tempo sempre più di dispositivi di architettura ostile sono stati introdotti nel tessuto urbano cittadino. Alcuni esempi lampanti da ricordare sono sicuramente le inferriate messe sotto ai ponti ed i blocchi di cemento sotto i piloni dell’A22 a fianco all’arginale con l’esplicito intento di non fare dormire o stare le persone in quei posti che durante l’inerno sono un attimo più riparati, magari anche solo dalla pioggia e la neve. Non si può non prendere in causa la Seab in questa volontà escludente di ripulire la città, azienda che è complice, durante gli sgomberi dei senzatetto, di gettare via le poche cose che le persone si sono riuscite a mettere via ed è sempre la stessa che ha letteralmente riempito la città di vomitevoli colate grige nell’intento di coprire le scritte sui muri creando una paradossale situazione in cui con l’intento di pulire i muri li si è visibilmente rovinati. Ma questo tipo di soluzioni vanno bene ai paladini e alle paladine del decoro.

Graffiti contro il decoro lungo il fiume Isarco, a Bolzano

Ma cos’è questo tanto acclamato decoro?

‘’Decoro è termine che viene utilizzato per significare cose diverse. Un comportamento è “decoroso” quando è adeguato al tipo di persona e al contesto in cui si dispiega: una casa è “decorosa” quando è pulita e in ordine. Il sostantivo “decoro” e l’aggettivo “decoroso” non si applicano a tutte le posizioni sociali: i ricchi e i potenti non hanno bisogno di imporsi regole di decoro. Anzi, il loro valore si manifesta nell’ostentazione non solo di beni costosi, ma di uno stile di vita che a sua volta esibisce l’assoluta noncuranza verso i limiti imposti a tutti gli altri. Dove l’ “indecenza” è ciò che conviene ai molto ricchi, il decoro è ciò che viene proposto e imposto a un ceto medio impoverito e impaurito e a tutti coloro i cui desideri e passioni non sono facilmente incanalabili verso il consumo di merci. Il decoro giustifica politiche nazionali e locali volte a tenere a bada i giovani, le donne, i migranti, e a indirizzare paure e scontento. Il decoro distingue tra perbene e permale: mediante questa divisione il governo ottiene consenso nel contesto di una situazione in cui il ceto medio vede minate alle radici le sue basi economiche e culturali. Il richiamo al decoro ne è parte integrante.’’

(Tamar Pitch, Contro il decoro. L’uso politico della pubblica decenza)

E’ lampante come Bolzano si ridisegna in maniera sempre più classista ed escludente. E’ visibile anche non dovendo leggere tra le righe o a chi ha uno sguardo poco critico o attento. Un esempio è sicuramente come la classe politica ha deciso di esprimersi riguardo alla ‘movida’ in più zone della città: Se vuoi bere devi farlo consumando e spendendo in un bar e se non hai soldi per farlo? Non lo fai, la città diventa ancora più classista e chi, bevendosi una birra per strada, non dovesse sottostare a questa volontà viene multato o multata. La volontà è quella di reprimere qualsiasi spazio di convivialità libero e pubblico, il tutto con lo stesso intento che ha reso possibile privatizzare una porzione della città per il progetto Benko, che a momenti portava ad un già annunciato e disastro ambientale.

“Curioso” che il periodo in cui tante di queste schifose misure vengono introdotte prima e durante il periodo dei mercatini di natale. Sia mai che turisti e cittadini perbene durante lo shopping natalizio incontrino per strada poveri, senzatetto o mendicanti.

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[Bolzano] 25 Novembre tutti i giorni – manifesti e volantini solidali

Il 25 novembre è la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Tale data è stata scelta per ricordare le sorelle Patria, Dedè, Minerva e Maria Teresa Mirabal, torturate e uccise dal feroce dittatore anticomunista e filoamericano della Repubblica Dominicana Rafael Trujillo. Oppositrici del feroce dittatore, la loro attività venne scoperta dalla polizia che le arrestò insieme ai mariti nella primavera del 1960. Dopo un periodo di carcere vennero liberate mentre i rispettivi mariti continuarono ad essere detenuti. Il 25 novembre 1960 tre delle sorelle Mirabal – Patria, Minerva e Maria Teresa – stavano tornando da una visita ai loro compagni. Sulla strada vengono però intercettate da agenti del regime, i quali costrinsero il loro veicolo a fermarsi facendo scendere le sorelle. Seguirono torture, botte, coltellate. I loro corpi vennero rimessi a bordo dell’auto e venne simulato un incidente.

Le sorelle Mirabal, assassinate dal regime del dittatore dominicano Trujillo

Nel 1981, il primo incontro femminista latinoamericano e caraibico svoltosi a Bogotà in Colombia, venne deciso di celebrare il 25 novembre come la Giornata internazionale della violenza contro le donne, in memoria delle sorelle Mirabal. Nel 1993 l’assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato la Dichiarazione per l’eliminazione della violenza contro le donne ufficializzando la data scelta dalle militanti latinoamericane.

Una giornata che, come tante altre ricorrenze più o meno istituzionalizzate, corre il rischio di sterilizzarsi fino a diventare l’ennesima occasione in cui esprimere parole e frasi di circostanza davanti alle telecamere, in un post sui social o in simbolici flash-mob cui non segue una mobilitazione sociale e politica che sappia affrontare con decisione le radici di un problema di portata storica. Una giornata che per avere un peso deve essere fonte di ispirazione per chi si muove autoorganizzandosi dal basso, lontano dalle ipocrisie e da politici bravi solo a fare del pinkwashing la propria bandiera. Una giornata che deve essere ispirazione per agire ogni giorno, così come ha fatto l’associazione GEA nel sostenere con le parole e con i fatti M.C. durante il processo che vedeva imputato il suo ex marito, responsabile di averla accoltellata in pieno giorno a Oltrisarco, di fronte alle figlie. Una giornata per costruire la solidarietà e la complicità al posto della solitudine in cui troppo spesso sono costrette le donne vittime di violenze, in particolare se accadono – come nella grandissima maggioranza dei casi – in famiglia. 

Alcun* compagn*  hanno dato un contributo alla giornata affiggendo sui muri della città di Bolzano volantini, manifesti e striscioni che ricordano come la cultura patriarcale in cui siamo immersi fin dall’infanzia è direttamente collegata all’infinita lista di femminicidi, stupri e violenze che colpisce le donne così come omosessuali, trans e in generale chi non è allineato ad un’identità di genere tradizionale. Anche a Bolzano i femminicidi negli ultimi anni sono stati tanti, troppi, così come le violenze ai danni di mogli, fidanzate da parte dei rispettivi partner. Non possiamo dimenticare anche ciò che passano ogni giorno le prostitute per le strade, oggetto di una violenza spesso sottaciuta e che arriva sui giornali solo nei casi più eclatanti come nell’ultimo caso che ha visto per protagonista Max Leitner.

Ma la violenza di cui sono oggetto donne e militanti del movimento LGBTQ ha aspetto giornaliero e può andare dagli insulti alle molestie verbali o fisiche fino a vere e proprie aggressioni come, quella accaduta recentemente a Trento dove un gruppetto di neofascisti ha aggredito alcun* attivist* locali.

Il 25 novembre così come l’8 marzo, il 25 aprile e l’1 maggio sono tutti i giorni.

Riportiamo di seguito il testo pubblicato sulla pagina Facebook Bolzano antifascista

25 novembre tutti i giorni, perché tutti i giorni veniamo ammazzate, stuprate violentate.

Un altro anno in cui far la conta delle donne uccise, un altro anno in cui tirare le somme di una mattanza il cui colpevole è e rimarrà solo uno: il patriarcato. 

Il patriarcato che non ha confini, che troviamo a casa, in famiglia, nei luoghi di lavoro e in strada.

Una cosa la vogliamo dire: noi non ci caschiamo più. Non crediamo più alle leggi, al controllo, alla “sicurezza” dello stato e della polizia, che in nostro nome militarizzano le città e le nostre vite. 

Sappiamo che per essere libere e sentirci sicure c è solo una via: quella della lotta transfemminista auto organizzata.

Noi non vogliamo più avere paura. Ci riprendiamo la città!

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[Storia di classe] Dalla guerra di Spagna al Durchgangslager di Bolzano fino al Brasile. Storia dell’anarchico Carlo Aldegheri

Per le CIERRE edizioni è uscito un libro curato da Andrea Dilemmi, recentemente presentato presso lo spazio autogestito La Sobilla di Verona, che racconta la vita di Carlo Aldegheri, un anarchico veronese che nel corso della sua vita attraversò da protagonista le lotte degli oppressi del Novecento. Una biografia che, riprendendo il titolo del libro a lui dedicato, attraversa 4 paesi e due continenti, specchio delle tormentate vicende vissute da migliaia di proletari e rivoluzionari a cavallo delle due guerre, perseguitati dalle polizie di mezza Europa e dai regimi nazifascisti. Una biografia che percorre anche una delle pagine più tragiche e dolorose che hanno segnato la città di Bolzano, dove venne allestito il Durchgangslager di via Resia, in cui venne internato anche Aldegheri.

Nato nel comune di Colognola ai Colli nel 1902 da una famiglia di braccianti ed avvicinatosi al Partito Socialista negli anni immediatamente successivi alla fine della Grande guerra, in seguito al dilagare delle violenze squadriste – appoggiate dalle autorità di polizia – fu costretto ad espatriare in Francia nel 1922.

Carlo Aldegheri 1902-1995

Negli anni dell’emigrazione per sopravvivere svolge numerosi lavori ed impara il mestiere di calzolaio, oltre a ciò l’emigrazione è anche una palestra di formazione politica; è proprio in questi anni infatti che egli si avvicina agli ideali anarchici. Nel febbraio 1934 si trasferisce in Spagna, presso Barcellona e l’anno successivo sposa Ana Canovas Navarro (Anita), operaia anarcosindacalista della Confederacion Nacional del Trabajo (CNT) da cui ha una figlia.

Carlo Aldegheri e la moglie Anita. Foto presa dalla pagina Facebook dello spazio La Sobilla

Nel luglio 1936, in seguito al tentato golpe dei militari spagnoli, Aldegheri si arruola nella milizia alpina di Sabadell con cui combatte ad Huesca. Il 16 dicembre da Sabadell scrive una lettera ai genitori da cui traspare la speranza che la lotta antifascista spagnola rappresenta:

Carissimi genitori, Non ricevo mai vostre notizie, malgrado tutto spero che starete tutti in buona salute: io pure mi trovo bene, pure la mia situazione è ammirevole, ho radio, machina singer per io e per la mia compagna. Sta nascendo una nuova aurora in questa nazione, cosa che avevo suognato tutta la mia vita e, ora sto nel camino della vittoria, sto contribuendo in lei, e il giorno del trionfo sarò l’huomo il più felice che ci può essere sopra la terra.”

Agli inizi del 1939, dopo la sconfitta repubblicana e la rovinosa fuga di centinaia di migliaia di militari e civili repubblicani, Aldegheri è fra i volontari che vengono internati nei campi di concentramento francesi di Argeles-sur-mer e Gurs. Viene poi inquadrato nelle Compagnie di lavoro francesi destinate ai lavori di fortificazione della difesa francese. La rapida avanzata tedesca lo sorprende mentre è impegnato con la propria compagnia di lavoro a Dunkerque. Viene arrestato dalla Wehrmacht e inviato al campo di concentramento di Sagan. Viene poi riconsegnato alle autorità italiane e dopo essere stato preso in consegna al passo del Brennero nell’agosto 1941 viene rinchiuso nel carcere degli Scalzi di Verona. Il 3 settembre successivo è condannato a 5 anni di confino sull’isola di Ventotene. Dopo la caduta del fascismo Aldegheri, in quanto anarchico e perciò considerato fra i più pericolosi nemici anche dal “nuovo” corso badogliano, viene rinchiuso nel campo di Renicci di Anghiari dove viene ferito da una fucilata esplosa dalle guardie durante degli scontri. Nel gennaio 1944 riesce a raggiungere Caldiero, nella provincia di Verona, ed entra a far parte del Comitato di Liberazione Nazionale [CLN] locale.

Il 10 settembre successivo viene arrestato dai tedeschi ed internato nel campo di concentramento di Bolzano dove riesce ad evitare la deportazione grazie alla propria professione di calzolaio, come ebbe modo di raccontare anche nell’ intervista rilasciata in Brasile, poco tempo prima di morire. Nel lager di via Resia rimane fino al maggio 1945. 

L’universo concentrazionario nazista si avvaleva in modo sistematico della manodopera dei prigionieri per perpetuarsi e in molti casi l’abilità lavorativa o determinate capacità potevano valere come merce di scambio all’interno del campo per acquisire piccoli privilegi che facevano la differenza nella generale miseria della situazione. Nell’intervista rilasciata nel 1994 in Brasile (dal minuto 16.45 al 23.10 circa) Aldegheri racconta come all’interno del campo bolzanino egli si sia salvato grazie al suo mestiere di calzolaio. Sebbene la “scelta” di lavorare per i tedeschi non mancò di destare sospetti fra gli altri internati, egli grazie alla sua attività lavorativa riuscì ad evitare la deportazione nei campi di sterminio nazisti ed a utilizzare la propria posizione per aiutare gli altri internati nel trovare razioni ulteriori di cibo.

Un altro piccolo tassello nella ricostruzione del dramma della deportazione che vedeva in Bolzano uno degli snodi di smistamento più importanti per il Nord Italia. Una testimonianza che restituisce le logiche e le dinamiche legate alla sopravvivenza del prigioniero di fronte all’arbitrio più totale degli occupanti nazisti.

Dopo la fine della guerra Aldegheri ritorna a Verona dove è attivo nell’Uvam (Unione veronese antifascisti militanti) ma ben presto la delusione per il nuovo corso democratico e le difficoltà lavorative portarono alla decisione di emigrare nuovamente; questa volta la destinazione era però il Brasile, nella zona di San Paolo.

Carlo Aldegheri nel 1964 in Brasile (con gli occhiali da sole) insieme ad altri compagni. Foto presa dalla pagina Fb dello spazio La Sobilla

“Il principio che professa l’anarchico è quello di annullare qualsiasi governo e che i lavoratori si autogestiscano attraverso la propria organizzazione. […] Noi crediamo che l’anarchia sia l’unico modo per l’umanità di vivere in una società davvero umana. Perchè l’uomo è per natura socievole. […] Siamo contrari all’autorità, perché l’autorità crea il dispotismo, crea le classi e crea l’ingiustizia. Crediamo che, tramite la filosofia anarchica, potremmo vivere in una società organizzata sull’impegno di ognuno di noi, a livello nazionale e internazionale, e vogliamo creare un mondo senza frontiere, senza frontiere e senza militari. […] L’anarchismo è un ideale che, per come è descritto dai nostri teorici, è utopico. Non che io sia contrario all’anarchismo, anzi, rappresenta la luce in fondo al tunnel. L’anarchismo è un giorno che l’umanità potrà essere obbligata a vedere, dopo che questo regime dei nostri tempi ci avrà mostrato tutte le ingiustizie del mondo.”

Nel Paese Sudamericano l’anarchico veronese trascorse gli ultimi decenni della sua vita, continuando la propria militanza politica che verso la fine degli anni Ottanta lo portò ad entrare in contatto con un gruppo di Punk brasiliani.

Foto presa dalla pagina Fb dello spazio autogestito La Sobilla

Aldegheri muore il 4 maggio 1995 a Guarujà, in Brasile. Sua moglie Anita morirà nel 2015, a 109 anni.

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[Bolzano] Volantinaggio solidale con Yaya Yafa e lavoratori SDA

Nella notte fra il 20 e 21 ottobre 2021, in un magazzino di Bentivoglio in provincia di Bologna, è morto Yaya Yafa, 22enne originario della Guinea Bissau. Aveva firmato da appena 3 giorni il proprio contratto di lavoro interinale presso la SDA-Poste italiane dell’interporto di Bologna. Una morte non casuale, risultato della sistematica precarizzazione del lavoro con uomini e donne che vengono assunti, anche solo per pochi giorni, senza alcuna formazione e senza alcun rispetto delle norme di sicurezza.

Yaya Yafa, 22 anni, ucciso dal lavoro precario in un magazzino di Bologna

Striscione dei lavoratori del sindacato di base SICOBAS presso l’Interporto di Bologna

Anche a Bolzano alcuni compagni e compagne si sono uniti all’onda di rabbia e solidarietà che si è alzata in molti magazzini della logistica ma non solo, e sono andati di fronte alla sede della SDA di Bolzano per distribuire volantini e affiggere manifesti solidali con Yaya e con i lavoratori costretti in condizioni sempre più precarie, con il beneplacito dei sindacati confederali, inerti e complici di tale sistema.

Manifesti affissi in zona industriale a Bolzano

Di seguito il testo del volantino distribuito:

VOSTRI I PROFITTI,NOSTRI I MORTI

Un’altra, ennesima, morte sul lavoro.

Yafa Yaya ci lascia a soli 22 anni, originario della Guinea Bissau, costretto ad emigrare in cerca di un futuro migliore, giunto in Italia aveva iniziato a lavorare in SDA solamente due giorni fa e il terzo giorno è risultato fatidico per la sua vita.

«Stava controllando la ribalta e il camion non era frenato e improvvisamente si è mosso, schiacciandogli la testa tra la ribalta e il muro. Una morte bruttissima».

Molto probabilmente qualcuno parlerà di fatalità, ma noi sappiamo bene che la morte del lavoratore di SDA è la conseguenza delle condizioni di lavoro troppo spesso precarie, della mancanza di sicurezza sui luoghi di lavoro, che troppe volte sono il frutto della ricerca continua del profitto da parte dei padroni.

Se da un lato si cerca di dividere i lavoratori con la questione del Green Pass, dall’altre parte, le condizioni di lavoro nei magazzini o nei reparti peggiorano costantemente.

Al terzo giorno di lavoro è normale che un ragazzo, per di più così giovane, non abbia la capacità di tutelarsi dal punto di vista dei movimenti e quindi della sicurezza (FIGURIAMOCI SE LO FANNO LORO..), ma non è normale che nei posti di lavoro si dia vita a questo riciclo di lavoratori che, una volta spremuti per bene, vengono mandati a casa e sostituiti con altri attraverso queste maledette agenzie interinali che offrono continua manodopera a ribasso. Come lavoratori, senza distinzioni di sigle e di settori, dobbiamo impegnarci affinché questo abominio della forza lavoro somministrata termini, e lo possiamo fare solo attraverso il conflitto generalizzato ed organizzato nei luoghi di lavoro.

Non esistono lavoratori di serie A e lavoratori di serie B!

Padroni e governo, che in questi giorni si ergono a paladini della salute e della prevenzione del rischio pandemico, sono gli stessi che da anni smantellano ogni tutela sulla sicurezza nei luoghi di lavoro; sono gli stessi che incentivano l’utilizzo abnorme di manodopera precaria e interinale, più ricattata e più sfruttata, quindi più esposta al rischio di incidenti.

I posti di lavoro sono ogni giorno più un vero e proprio teatro di guerra!

È ORA DI DIRE BASTA A QUESTA MATTANZA!

È ORA DI METTERE FINE ALLA PROLIFERAZIONE SENZA LIMITE DI CONTRATTI INTERINALI E A TERMINE!

È ORA DI DAR VITA A UNA MOBILITAZIONE NAZIONALE CONTRO LE MORTI SUL LAVORO E PER LA DIFESA DELLA SICUREZZA E DELLA VITA DEGLI OPERAI!

Hai subito un’ingiustizia sul lavoro? Il tuo padrone è una merda? Scrivici all’indirizzo santabarbarabz@canaglie.net

organizziamoci assieme contro lo sfruttamento!

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[Egna] Pistole ai Vigili. L’ebbrezza della sicurezza

La propaganda politica e le falsificazioni della realtà di partiti come la Lega portano molto spesso a risultati grotteschi, condivisi e sdoganati anche dalla cosiddetta “sinistra” di governo.

Sebbene da diversi anni i reati di ogni tipo siano in calo, una pletora di consiglieri comunali, provinciali e regionali sono in costante affanno alla ricerca di casi con cui allarmare la popolazione, esagerandone la portata, con l’obiettivo di indurre nella popolazione una sensazione di insicurezza con cui poi tali avvoltoi speculano politicamente richiedendo leggi e dispositivi giuridici sempre più punitivi, in particolare con i poveri. A Bolzano la propaganda costruita intorno al parco della Stazione è un caso esemplare.

Da molti anni ormai partiti razzisti e fascistoidi come Lega e Fratelli d’Italia tentano di legare la questione della sicurezza all’immigrazione di lavoratori stranieri, con l’obiettivo di costruire una società sempre più densa di paure e paranoie, in cui lo straniero -con o senza documenti- viene utilizzato da tali cialtroni per scaricare le tensioni sociali prodotte da essi stessi.

É però interessante notare, come nel bucolico paese di Egna/Neumarkt, nella Bassa Atesina, una consigliera comunale della Lega, tale Rosa Valenti, sia riuscita a convincere la giunta comunale di uno dei borghi più belli d’Italia a trovare i fondi per l’acquisto di 4 pistole, destinate al corpo locale della polizia municipale. La consigliera leghista dell’ondata salviniana, ha motivato tale posizione dicendo: «credo fortemente nella sicurezza dei cittadini ma anche del personale che opera sul territorio con i rischi che ne conseguono».

Cosa è successo a Egna negli ultimi anni di tanto grave da rendere necessaria la circolazione di altri uomini armati oltre ai Carabinieri che proprio nel paese hanno una stazione? Nulla, nel paese della Bassa Atesina non ci sono guerre fra narcos oppure cellule di Al-Qaeda eppure secondo la consigliera leghista era necessario armare nuove persone per garantire la sicurezza degli abitanti di un paese in cui non risultano esserci problemi di gravità tale che possano anche solo lontanamente giustificare un provedimento del genere. La pistola ai vigili è la bandierina che ora la leghista può sventolare e rivendicare come vittoria.

Avere più persone armate significa avere più sicurezza? Evidentemente no, la situazione esistente negli Stati Uniti, il paese con il più alto numero di armi in circolazione, dice l’esatto contrario. Portare una pistola oppure un’arma mortale come il Taser, può portare ovviamente al suo utilizzo e alla tentazione per gli uomini in divisa di trasformarsi in sceriffi. Recentemente, con il caso dell’assassinio di Matteo Tenni ad Ala, abbiamo visto cosa significhi dare armi in mano a persone incapaci di gestire la tensione. Sempre nel Trentino, nella fattispecie a Trento, un vigile alcuni anni fa sparò a dei ragazzini in fuga dopo un furto. I casi cronaca nazionale riportano numerosissimi casi di omicidi tentati o compiuti da vigili urbani nell’ambito della propria attività. Ricordiamo a Como nel 2006 un ragazzo di 19 anni ucciso perchè faceva dei graffiti, oppure il cileno di 28 anni ucciso da un vigile di Crescenzago, vicino a Milano, nel 2012.

La Lega è il principale partito che sostiene la liberalizzazione nella vendita di armi, ed è sempre in prima linea nel difendere gioiellieri o altri esercenti che uccidono autori di furti nelle proprie propretà. Nel marzo 2019, ai tempi del governo gialloverde che tanto si adoperò per inasprire le pene per chi lottava a difesa dei propri diritti o per salvare vite umane nel Mediterraneo, la Lega presentò una proposta di legge per facilitare l’acquisto di “un’arma destinata alla difesa personale”. Tale provvedimento era composto da tre articoli in tutto che puntavano ad “aumentare da 7,5 a 15 joule il discrimine tra le armi comuni da sparo e quelle per le quali non è necessario il porto d’armi”.

La misura proposta dalla leghista Valenti, ma appoggiata da tutto il resto del Consiglio comunale, SVP e PD in testa, contiene in sé la sintesi di tutta la propaganda leghista-salviniana che evidentemente ha fatto breccia, inventando emergenze là dove non ce ne sono.

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[Internazionalismo-Bolzano] Né con i Talebani né con l’occupazione. Volantinaggio e striscioni solidali con le donne afghane

Durante la sbornia mediatica durata settimane in cui i principali media e politici – dopo avere per anni sostenuto e finanziato la guerra di occupazione – hanno versato ipocrite lacrime di coccodrillo per commentare la rovinosa sconfitta delle forze occidentali nella guerra di invasione in Afghanistan non è stato detto praticamente nulla riguardo i crimini commessi dalle forze occidentali e dal loro governo fantoccio di collaborazionisti afghani nel corso di 20 anni di occupazione da parte della NATO. Un gruppo di compagne e compagni bolzanine/i con buona memoria e consapevoli dell’evidente strumentalizzazione e mistificazione mediatica della condizione delle donne afghnane operata dai principali media col fine di giustificare vecchie e nuove guerre neocolonialiste, ha distribuito per le strade del centro di Bolzano volantini e affisso striscioni in occasione di una giornata di mobilitazione internazionale chiamata dall’associazione rivoluzionaria delle donne afghane (Revolutionary association of the women of Afghanistan – RAWA) per costruire la solidarietà dal basso nei confronti delle donne afghane. Per combattere la narrazione guerrafondaia e colonialista occidentale così come contro il regime oscurantista talebano da poco insediatosi Kabul.

Foto presa dalla pagina Fb Bolzano antifascista

Di seguito il volantino che è stato distribuito per le vie della città:

Né con i Talebani, né con l’occupazione: femminismo e rivoluzione!

L’emancipazione delle donne afghane non potrà essere mai raggiunta finché l’occupazione non avrà termine e i talebani e i criminali del “fronte nazionale” non saranno eliminati!”

Associazione Rivoluzionaria delle Donne d’Afghanistan (RAWA)

Oggi lasciamo a casa paternalismo e sguardi coloniali: lasciamo parlare Rawa e le “sue” donne rivoluzionarie afghane contro i

governi e il femminismo bianco borghese, prendendo posizione contro l’imperialismo, le occupazioni e il militarismo.

Con Rawa e con tutti i popoli oppressi per denunciare le politiche neocoloniali, il commercio di armi e il sistema industriale

militare che trae vantaggio dalle guerre in atto in Afghanistan e in altre parti del mondo.

Questo scriveva RAWA il 9 marzo del 2010 riguardo alla condizione delle donne e in generale della popolazione afgana sotto l’occupazione NATO:

Febbraio 2010: i signori della guerra locali nella provincia di Ghor in Afghanistan occidentale frustato pubblicamente due donne afgane. Sebbene non ci si possa aspettare nulla di diverso dal regime fantoccio più corrotto e sporco del mondo, il dolore delle donne afghane viene condannato a diventare

cronico nel momento in cui il mondo crede che gli USA e la NATO hanno portato libertà, democrazia e diritti delle donne in Afghanistan.

Otto anni dopo l’aggressione degli USA e dei loro alleati, compiuta sotto la bandiera della “guerra al terrore” che ha messo al potere i più brutali terroristi della Alleanza del Nord e i vecchi

burattini dei servizi segreti filosovietici Khalq e Parcham, facendo affidamento sulla loro collaborazione, gli USA hanno imposto al popolo afghano un governo fantoccio. E invece di sradicare le loro proprie creature – i talebani e Al-Qaeda – gli USA e la NATO continuano a uccidere poveri e innocenti civili, perlopiù donne e bambini, nei loro micidiali attacchi aerei.

Oggi, a distanza di 20 anni dall’inizio della famigerata operazione “Enduring freedom”, salutata da tutti i governi occidentali e dalla stampa prezzolata come guerra umanitaria contro il terrorismo e per la democrazia, siamo qui a fare i conti umani ed economici che le popolazioni afgana e occidentali hanno pagato. Per quanto riguarda le conseguenze dirette di 20 di guerra in Afganistan, le organizzazioni internazionali governative e non riportano i seguenti dati: 240.000 morti tra civili (la stragrande maggioranza) e guerriglieri; 66.000 fra vedove e orfani, Oltre un milione di disabili permanenti e feriti; 5,5 milioni di sfollati interni e

profughi nei paesi confinanti; Il raddoppiamento della percentuale di abitanti in condizioni di povertà estrema (6 su 10); 3,8 milioni di bambini necessitano di aiuto umanitario, 3,7milioni non accedono all’istruzione scolastica; 600 mila soffrono di grave malnutrizione. L’1,6% delle partorienti muore di parto; Il 9% della popolazione adulta è tossicodipendente.

Di seguito i costi economici dell’occupazione militare imposti dai governi della coalizione internazionale alle rispettive popolazioni:

2261 miliardi di dollari spesi dal governo USA (330 milioni al giorno); 8,5 milioni di euro spesi dall’inizio dell’invasione dai governi italiani di ogni colore politico (Berlusconi, Prodi, D’Alema, Monti , Letta, Renzi, Gentiloni, Conte 1, Conte 2, Draghi)

Nonostante l’evidente disastro umanitario e politico prodotto dall’intervento imperialista, i media asserviti ai governi coinvolti

continuano ancora oggi a insistere sulla legittimità di questa guerra coprendo i reali interessi economici e geopolitici che

l’hanno originata, con una pretestuosa motivazione umanitaria in difesa delle donne e dei diritti civili. Nonostante 20 anni di

guerra contro il “terrorismo” e di occupazione militare dell’Occidente, l’Afghanistan è rimasto il “posto peggiore per nascere come donna”

Da un’ intervista a RAWA, agosto 2021:

Qual è stato il ruolo delle ONG occidentali nel Paese, positivo o negativo?

Le ONG nel nostro Paese facevano parte dell’occupazione militare dell’Occidente. Sono state tutte create come funghi dopo l’11 settembre. A parte alcuni piccoli ed efficaci

progetti, hanno principalmente giocato un ruolo negativo. L’USAID (I’agenzia governativa americana) ha attuato principalmente le politiche degli Stati Uniti e così molte altre

ONG internazionali. La ragione principale dietro parte della corruzione e delle tangenti erano queste ONG. Hanno fatto progetti buoni solo sulla carta sotto la supervisione degli

stranieri e che non hanno portato a un effettivo cambiamento di vita sulla nostra gente. I Paesi occidentali hanno lasciato l’Afghanistan uno dopo l’altro.

Il ritiro americano è stato un errore? E se no, perché?

Sì, quasi tutti i Paesi se ne sono andati. Non è assolutamente un errore per noi, piuttosto è qualcosa di positivo. Eravamo totalmente contro questa occupazione e la presenza

di queste truppe. Ma purtroppo il ritiro è frutto di un accordo diplomatico tra gli Stati Uniti ei talebani. Ancora una volta, come per gli anni precedenti, sono i civili afgani che

ne stanno pagando l’enorme costo. I combattimenti in corso uccidono civili, bruciano le loro case e le loro fattorie e li costringono a lasciare i villaggi. Rawa crede fermamente

che nessuna nazione possa ricevere la pace e il progresso come se fosse un regalo. Le nazioni devono lottare, per costruire la pace con le proprie mani, per avere un solido

legame con essa.

Oggi abbiamo accolto la richiesta di amplificare la voce di chi da anni si batte per la propria libertà e quella del suo popolo ricordandoci che: “La resistenza fa parte della natura umana e la storia ne è testimone. Abbiamo gli esempi gloriosi della lotta dei

movimenti “Occupy Wall Street” e “Black Lives Matter”. Abbiamo visto che nessuna oppressione, nessuna tirannia, nessuna

violenza per quanto intense possono fermare la resistenza. Le donne non saranno più ostacolate!”

Sempre a fianco di chi lotta, sempre a fianco di chi combatte occupazioni militari e patriarcato. Guerra alla guerra!

Nemiche e nemici del patriarcato

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