[8 marzo-Bolzano] Riassunto delle iniziative in città

Poche ricorrenze come quella della giornata internazionale della donna rischiano di essere inaridite e sterilizzate dalle retoriche istituzionali, capaci di trasformare giornate di lotta in vuote celebrazioni prive di ogni minimo senso critico, destinate ad esaurirsi nel discorso di circostanza, nel regalo della mimosa oppure nell’azione puramente simbolica come la panchina rossa o il posto a sedere lasciato vuoto. Da un po’ di tempo però in tutto il mondo e anche a Bolzano qualcosa si muove: individualità, collettivi e assemblee di diverse tendenze stanno tornando a riempire di contenuti critici e radicali questa giornata. Dall’8 marzo 2015 in cui la giornata era stata dedicata alle partigiane curde con un manifestazione partita da piazza del Grano all’8 marzo 2017 in cui circa 150-200 persone hanno riempito di contenuti piazzetta Marcella Casagrande fino alla manifestazione nel 2019 in cui un oltre un centinaio di donne e uomini attraversò le vie del centro cittadino per un corteo deciso e determinato.

Manifesto del Presidio organizzato nel 2015 in piazza del grano a Bolzano per rispondere alla giornata internazionale di solidarietà chiamata dalle donne curde.

Foto dal presidio in Piazzetta Marcella Casagrande dell’8 marzo 2017

8 marzo 2019 – contro disegni di legge reazionari e misogini e per una lotta intersezionale

Ma la mobilitazione non si è fermata soltanto alla giornata dell’8 marzo: dalle iniziative contro gli antiabortisti davanti all’ospedale di Bolzano (dove si ricordava come di fatto la possibilità di abortire per molte donne sia compromessa per via dell’obiezione di coscienza praticata dal 98% dei medici) fino ai presidi solidali organizzati dall’associazione GEA di fronte al tribunale di Bolzano in solidarietà ad una donna aggredita a coltellate dall’ex marito in strada passando per le mobilitazioni solidali con le donne curde di Afrin, si è tentato di non abbassare mai la guardia di fronte alla questione delle violenze contro le donne. Diffuse poi altre iniziative importanti: dalle presentazioni di libri come quello di Angela Davis a programmi radiofonici con un’impronta di genere come Donne in Tandem, solo per citare un paio di esempi.

Non solo 8 marzo – In piazza in solidarietà con le donne curde di Afrin nel 2018

Ospedale di Bolzano – Presidio contro la violenza degli antiabortisti

Ospedale di Bolzano – Contro la violenza degli antiabortisti giunti di fronte al nosocomio a pregare per i “bambini mai nati”

8 marzo tutto l’anno – tribunale di Bolzano: presidio solidale con una donna vittima di violenze di genere durante il processo al suo carnefice.

Anche quest’anno, nonostante le difficoltà organizzative legate alla pandemia, l’8 marzo a Bolzano vi sono state diverse iniziative che hanno attraversato la città. Un gruppo di compagne e compagni ha volantinato e affisso in giro per la città volantini, striscioni e manifesti contro il patriarcato, e in una riflessione pubblicata su Bolzano antifascista si legge:

Un altro otto marzo. Mano nella mano siamo scese in strada, senza chiedere permessi, senza delegare. Noi non ci caschiamo più! Nessuna riforma nessuna quota rosa, nessuna istituzione ci darà la liberazione. Contro il pink-washing del neoliberismo, agiamo il radical femminismo.”

Si è invece svolto nel più assordante silenzio mediatico, lo sciopero di alcuni lavoratori della Fercam di Bolzano iscritti al Sindacato di Base Multicategoriale – SBM che hanno aderito alla giornata nazionale di mobilitazione astenendosi dal lavoro. Un atto di solidarietà prezioso che vale più di mille parole, dette e scritte.

8 marzo 2021 – Sciopero di alcuni lavoratori della Fercam – Foto presa dalla pagina Facebook del Sindacato di Base multicategoriale

Dalla pagina Bolzano antifascista

Dalla pagina Bolzano antifascista

Altre attiviste, in parte legate a Extinction Rebellion, hanno organizzato un flash-mob molto partecipato in piazza Walther in cui è stato sottolineato come la lotta delle donne non possa essere slegata da una lotta più generale contro patriarcato, capitalismo e devastazione ambientale.

8 marzo 2021 – Una foto dalla protesta in Piazza Walther

Un percorso è iniziato ma i femminicidi così come le violenze sulle donne non accennano a diminuire e per il prossimo futuro sviluppare una critica che sappia intrecciare la lotta al patriarcato ed al capitalismo è fondamentale più che mai, soprattutto in vista di tempi in cui le condizioni lavorative di uomini e soprattutto donne subirà forti attacchi da parte del padronato intenzionato a scaricare sui proletari e sulle proletarie i costi economici della Pandemia.

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[Musica/Repressione] Chi istiga chi? A proposito delle denunce contro i rapper di Sinigo

Sotto questi colpi siamo i maledetti senza via d’uscita dimmi cosa aspetti dal futuro, muro contro muro non ci sta nessuno, c’è chi brancola nel buio più niente è al sicuro sopravvivere senza soccombere è già una freca come l’impero stabilisce chi crepa chi mangia la polvere per terra chi governa chi nasce imputato alla sbarra…                                     

 Lou X “Il mattino ha l’oro in bocca”

To the Brothers in the street, schools and the prisons, History shouldn’t be a mystery. Our story’s real history, Not  his story.

Public Enemy “Fear of a black planet”

Dal quotidiano locale Alto Adige veniamo a sapere che il 7 marzo 2021 i Carabinieri, d’intesa con la procura della Repubblica di Bolzano, si sono presentati con tanto di cani antidroga a casa di uno degli autori di un video Rap, un 22enne di Sinigo, per cercare la pistola giocattolo che veniva usata nel video. Oltre alla riproduzione della pistola i militari hanno trovato anche “una modica quantità di hashish, che ha comportato la segnalazione del giovane al commissariato del governo di Bolzano”. Sempre lo stesso articolo riporta come anche il secondo protagonista del video sia stato identificato e denunciato per “istigazione a delinquere”.

Dall’Alto Adige dell’8 marzo 2021

Cosa è successo per arrivare a tanto?

Per capire le motivazioni di tale “brillante” operazione di polizia bisogna tornare indietro di alcuni mesi, quando alcuni rapper di Merano e dintorni -Fvmille e Lony- pubblicarono su Youtube il video musicale Block Freestyle che suscitò numerose reazioni pubbliche.

Già allora, per via della presenza nel video di alcuni giovanissimi, si attivò la Procura dei minori ed il 18 ottobre 2019 vennero disposte delle perquisizioni nelle case di alcuni ragazzi in cerca della pistola giocattolo utilizzata nel video.

Si scomodò adirittura l’assessore provinciale Giuliano Vettorato della LEGA -partito noto per le sue posizioni xenofobe – per “annunciare controlli con i servizi sociali e le eventuali scuole frequentate dei giovani protagonisti del video”. Va da sé che se i protagonisti del video non fossero stati di origine tunisina, marocchina o albanese con ogni probabilità non ci sarebbe stata tanta attenzione. 

Dopo la breve tempesta mediatica che attraversò le case popolari di Sinigo circa un anno e mezzo fa, verso la fine dello scorso febbraio viene caricato, sempre su Youtube, un altro video: “La fame” di Kash. Girato sulla falsariga del primo, racconta a suo modo la realtà vissuta da un gruppo di giovani che hanno scelto i versi del Rap per esprimere la propria rabbia e il proprio vissuto che certo non rispecchia l’Alto Adige da cartolina turistica, quello frequentato da ricchi italiani o tedeschi che vanno sciare in val Badia oppure sulle piste di Plan de Corones, pernottando presso lussuosi chalet. I loro versi raccontano una realtà sommersa costantemente criminalizzata, distorta, negata, che non conosce cronisti o reporter: familiari in carcere, l’esperienza della detenzione conosciuta o raccontata da altri, lavoro senza contratto, chi cerca di sbarcare il lunario in modo extralegale. Un proletariato che vive nei palazzoni dell’Ipes le cui origini sono rappresentate dalla bandiere che espongono nei loro video: Tunisia, Marocco, Albania o Kurdistan: “Ho fratelli di tutti i colori, di tutte le nazioni” canta Kash ne “La fame”. Sono dei video che fanno conoscere una realtà piena di contraddizioni e sconosciuta al “grande pubblico”, che ha trovato nei versi musicali il modo di raccontare se stessi e che ha trovato nell’immaginario di una certa scena della cultura Hip-hop -che piaccia o meno- un riferimento, un’ispirazione.

Il contenuto dell’ultimo video in particolare ha fatto sbroccare il consigliere provinciale di Fratelli d’Italia Alessandro Urzì il quale, come di consueto, attraverso i suoi post su Facebook ha completamente falsificato la realtà cercando in ogni modo di cavalcare e fomentare paura per raccattare consenso fra i residenti delle case IPES ed in generale di tutta la popolazione spingendosi in ardite ed assurde interpretazioni di situazioni che dimostra ampiamente di non conoscere. Interventi che dimostrano bene a cosa si può spingere la propaganda pur di tirare su due voti in più.

Basta riportare alcuni stralci del suo intervento su Facebok, a tratti davvero delirante:

E’ paura per i cittadini meranesi che vi hanno riconosciuto i garage e le cantine delle proprie case, palazzine Ipes, in cui sono state girate con grande professionalità queste scene che ritraggono, all’ombra di simbologie islamiche, un numeroso gruppo di ragazzi, uno mascherato con passamontagna che cede una pistola (non si vede l’estremità della canna e quindi non si vede se si tratta di una pistola autentica o di una riproduzione con il tappo rosso, che la qualifichi come giocattolo). […] Ho richiesto un intervento urgente dell’Istituto perché avvii una indagine interna sull’episodio che ora denunciamo, che siano informate le forze dell’ordine e ripristinato un clima di convivenza decoroso anche per rispetto di tutti i cittadini per bene che vivono nel rione e in particolare nei complessi Ipes”.

Bisognerebbe ricordare al signor Urzì che se c’è un partito che negli anni ha costruito consenso proprio attraverso l’istigazione all’odio ed alla discriminazione verso profughi, immigrati, dissidenti e altre minoranze è proprio Fratelli d’Italia, un partito fascistoide e nostalgico che, insieme alla LEGA di Salvini ha basato il proprio successo sulla paura e sulla guerra fra poveri. Un partito i cui membri non hanno nulla da insegnare a nessuno, sotto ogni punto di vista.

Naturalmente non poteva mancare un intervento della LEGA di Salvini, ed una sua consigliera provinciale, la meranese Rita Mattei, si è preoccupata di informare la presidentessa dell’IPES Francesca Tosolini, con cui ha fatto una visita presso le case in cui è stato girato il video incriminato. Anche riguardo alla LEGA si potrebbero scrivere migliaia di pagine sulla sua sistematica e scientifica istigazione all’odio verso stranieri, dissidenti politici, sinti, rom, che è stata portata avanti dai profili social di Matteo Salvini e dei suoi tirapiedi locali nel corso degli anni. Basta scorrere i commenti nelle pagine social dei leader dell’estrema destra Salvini e Meloni per comprendere chi siano davvero gli istigatori in questo Paese. Ad ogni modo va rilevato come non appena delle persone che provengono da case popolari facciano musica in un modo non ortodosso e non gradito alla narrazione ufficiale, i politici razzisti facciano subito leva sul ricatto economico e sociale: “chiederemo un inchiesta all’Ipes” minacciando così l’intera famiglia. Un modo per ricattare non nuovo e che a Trento ha visto la LEGA proporre di sfrattare l’intero nucelo famigliare dalle case popolari qualora uno dei figli -ad esempio- si renda responsabile di reati.

Ma in tutto ciò, la Procura decide di portare avanti una grottesca operazione poliziesca-spot ripresa dalla grancassa mediatica contro due giovanissimi rapper cresciuti nelle case popolari di Sinigo autori di un video musicale che rappresenta delle scene recitate, ed imbastire una fantomatica e fumosa accusa di istigazione a delinquere che sembra più che altro utile e funzionale a soddisfare la sete di repressione di ampi settori della società sudtirolese di entrambi i gruppi linguistici.  Un rancore seminato ad arte negli anni che aumenta nel momento in cui a prendere la parola sono dei ragazzi di origine straniera ma cresciuti qui e che hanno deciso di cantare alternando italiano, arabo, albanese o tedesco il proprio disagio per la propria condizione nella “migliore e più ricca delle province”. Una voce dissonante che viene dal basso; da ascoltare e da difendere contro ogni volontà di criminalizzazione da qualsiasi parte esso provenga: dalle aule dei tribunali o dai politici più reazionari.

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[Repressione] Tribunale di Bolzano: Carcere per chi manifesta

Il Tribunale di Bolzano condanna al carcere chi manifesta

La repressione è il nostro vaccino! Repressione è civiltà!

Gian Maria Volontè in:

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto

Se tu penserai e giudicherai, da buon borghese, li condannerai a cinquemila anni più le spese

Fabrizio de André “La città vecchia”

Giovedì 4 marzo 2021 nelle aule del Tribunale di Bolzano, sotto la scritta la legge è uguale per tutti ed un grande crocifisso il giudice Ivan Perathoner ha condannato 10 compagni/e ad 1 mese di carcere ciascuno per aver partecipato ad una contestazione contro la Lega. Ad alcuni il signor giudice ha negato la condizionale. Tale sentenza si inserisce in un clima pesantissimo dove magistrati e giudici del Tribunale di Bolzano, su indicazione dell’ufficio politico della Questura cittadina ed altre pressioni, stanno tentando di reprimere le poche voci di dissenso esistenti in una città tanto benestante e borghese quanto spesso cinica e indifferente riguardo alle montanti ingiustizie che sempre più aumentano ed alla propaganda verso i più deboli – economicamente e socialmente – che è diventata da tempo sistema di governo e costruzione del consenso politico, a livello nazionale e interazionale come a livello locale.

Per il presidio nella foto il giudice Perathoner ha inflitto un altro mese di carcere ad ogni partecipante

Alcuni mesi fa sempre Perathoner ha inflitto altri due mesi di carcere a una decina di manifestanti antifascisti che nel dicembre 2018 in via Torino a Bolzano avevano contestato la presenza in città del leader neonazista Roberto Fiore, un personaggio a dir poco torbido in passato implicato nelle peggiori trame che hanno attraversato l’Italia degli anni settanta, venuto in città per la sua propaganda politica.

Il giudice Ivan Perathoner ha condannato 10 compagni/e a 2 mesi di carcere ciascuno per questa manifestazione

Oltre a ciò non c’è volantinaggio, presidio o altro che non sfugga e per i quali una certa parte della Procura è mobilitata, pronta ad aprire fascicoli e procedimenti contro chiunque capiti a tiro ed abbia la malaugurata idea di partecipare ad un presidio di lotta.

Da rilevare inoltre come nella stessa Procura altri novelli Torquemada come il Procuratore generale Giancarlo Bramante (il quale non ha ancora ufficialmente chiarito i suoi rapporti con l’intrallazzatore ex magistrato del CSM Luca Palamara, poi radiato dalla magistratura) coadiuvato dai colleghi Andrea Sacchetti e Igor Secco si inseriscano nello stesso filone repressivo tentando di far condannare a pene esorbitanti e volutamente sproporzionate, i manifestanti che nel maggio 2016 hanno partecipato alla manifestazione contro la costruzione del muro antimigranti al Brennero, avvenuta in un periodo particolarmente pesante in cui la propaganda di odio della Lega e dei neofascisti contro immigrati e profughi aveva raggiunto livelli parossistici (anche se il peggio doveva ancora arrivare, come dimostrato dall’esperienza di Salvini al ministero dell’Interno). Per tale giornata di lotta nel primo filone processuale, in cui una sessantina di compagni/e erano imputati di reati più o meno lievi, le condanne di primo grado sono state tuttavia pesanti (dai 7 ai 12 mesi a testa), considerato che di fatto è stata condannata la semplice presenza a tale manifestazione, sulla base di fotogrammi in cui in alcuni casi per un certo momento c’era chi aveva la sciarpa sul viso per coprirsi dal fumo velenoso dei lacrimogeni.

Nel secondo filone un’altra sessantina di compagni/e sono imputati di vari reati – fra cui devastazione e saccheggio: tipo di reato indefinito che a livello europeo esiste solo in Italia – per i quali l’accusa ha richiesto pene fino a 15 anni di carcere (ridotti di un terzo per via della scelta del rito abbreviato) e per cui la sentenza è prevista a maggio. Va da sé che siamo di fronte ad un processo con evidente obiettivo politico e sarà importante lottare per rompere l’agghiacciante silenzio esistente intorno a tale procedimento di sapore inquisitorio e per impedire che passino tali folli richieste.

Certamente non ci si può aspettare molto di diverso da chi deve per contratto – a maggior ragione in tempi di pandemia – difendere gli attuali rapporti di forza in una società in cui i ricchi diventano semprano più ricchi ed in cui i poveri, oltre ad essere sempre più poveri, vengono sistematicamente privati di ogni strumento di lotta e repressi proprio dalla magistratura in ogni minimo tentativo di riscatto sociale. Tuttavia è importante portare a galla alcuni ragionamenti e riflessioni che possono apparire scontati ma per molti, soprattutto oggi, non lo sono affatto.

La Lega di Matteo Salvini ed uno dei suoi seguaci bolzanini Filippo Maturi è un partito che da anni costruisce consenso sul generale imbarbarimento della società indirizzando la rabbia dei proletari italiani contro altri proletari. Alcuni anni fa il nemico erano i terroni, poi è arrivato il turno degli albanesi, poi la responsabilità è stata scaricata sui profughi delle guerre che gli stessi leghisti hanno voluto e votato. Come non ricordare le campagne infamanti contro i musulmani? Abbiamo buona memoria e ricordiamo ancora come i leghisti regionali protestarono contro la possibile apertura di una moschea in via Macello abbuffandosi di mortadella e prosciutto davanti alle telecamere insieme al fascista Borghezio. Oltre a ciò nel corso degli anni un leit-motiv leghista è stata la costante violenza contro omosessuali e minoranze etniche, la criminalizzazione di ogni sciopero, protesta, occupazione e campagna antirazzista; in generale di ogni movimento sociale dal basso. Come non ricordare inoltre le modalità di raccattare consenso di Maturi attraverso le idiozie pubblicate sui propri profili social? Dalle raccolte firme contro il Wi-Fi libero che causava assembramenti di immigrati alle delazioni che portavano allo sgombero di alcuni senzatetto dalle scuole Pascoli la lista di porcherie è lunga.

Scendere in piazza contro dei ciarlatani (fra cui Kevin Masocco la cui considerazione delle donne è ben dimostrata dal modo in cui parlava di una Dj tanto bella “da stuprare”) che seminano quotidianamente falsità e odio verso i poveri e che nel giorno in cui i compagni sono scesi in piazza contro di loro, chiedevano la castrazione chimica, è il minimo. Ma evidentemente per Perathoner o chi per lui il problema è la procedura, non è importante la sostanza, la cosa non ci meraviglia affatto ça va sans dire. Puoi anche fare la raccolta firme per la segregazione razziale purchè tu rispetti gli accordi con la Questura. Se ti chiami Matteo Salvini o Giorgia Meloni, sei potente ed hai consenso, attraverso i tuoi social puoi esporre al linciaggio pubblico il nemico del giorno (immigrati, oppositori, manifestanti) per anni, e stai pure sereno: nessuno dei zelanti giudici tanto ferrei contro chi si autoorganizza e lotta, da buoni interpreti della teoria del diritto penale del nemico, ti disturberà. Sembra una banalità dirlo ma è proprio vero l’adagio popolare che dice come “la legge si applica per i nemici e si interpreta per gli amici”.

Da alcuni anni a questa parte oltre agli anarchici – tradizionalmente nel mirino delle autorità di ogni epoca e contro cui agiscono spesso in modo preventivo – sindacalisti di base, militanti politici antagonisti come autonomi e NO TAV, ad essere oggetto delle attenzioni di zelanti procuratori ad ogni latitudine sono coloro che si adoperano per aiutare gli immigrati. Da una parte vere e proprie campagne mediatiche pubbliche di inaudita violenza contro i cosiddetti “buonisti” (cioè coloro che non si uniscono alla guerra ai poveri) che aiutano la cosiddetta “invasione”, dall’altro procuratori che imbastiscono inchieste come quelle condotte contro le ONG che salvano uomini, donne e bambini nel Mediterraneo o che, come recentemente accaduto a Trieste, hanno visto la polizia perquisire le abitazioni di Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi, conosciuti per le loro azioni di solidarietà nei confronti dei migranti provenienti dalla rotta balcanica. L’accusa mossa a loro ed all’associazione di cui fanno parte – Linea d’ombra- è di favorire l’immigrazione clandestina.

In generale è evidente come esista una generale volontà politica di intimidire quei pochi compagni combattivi che si organizzano per resistere a condizioni sempre più difficili per proletari di ogni colore e nazione. A maggior ragione nei tempi attuali – e probabilmente a venire – quando gli effetti della pandemia sull’economia verranno scaricati sulla classe lavoratrice e in generale sulle fasce sociali più deboli e con poca forza contrattuale rispetto alle organizzazioni dei padroni ed alla grande borghesia, impegnate a spartirsi i miliardi del Recovery Found, operazione per cui è stato chiamato Draghi al Governo.

La repressione nei confronti dei compagni e delle compagne condannati dal giudice suddetto del Tribunale di Bolzano va inserita in un quadro generale che vede gli spazi di dissenso sempre più stretti, a maggior ragione per chi non accetta e non accetterà le politiche capitaliste con cui viene gestita la pandemia e con cui verrà gestita la pandemia e le sue conseguenze sociali, economiche e politiche. Si annunciano tempi difficili in cui risulterà fondamentale la capacità di costruire solidarietà fra i proletari e in generale fra gli sfruttati, di fronte agli attacchi che arrivano e arriveranno da più parti.

Non lasciamo soli i compagni e le compagne che sono stati condannati da procuratori e giudici del Tribunale di Bolzano.

Contro la repressione costruiamo la solidarietà

Non lasciamo passare queste vergognose intimidatorie operazioni repressive secondo le quali manifestando il proprio dissenso verso chi pratica politiche razziste e di oppressione sia possibile finire in carcere.

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[Repressione] Appello processo “Operazione Renata” Dichiarazione imputati

Lunedì 22 febbraio si è tenuto l’appello del processo relativo all’operazione Renata con cui, nel febbraio 2019, la Procura di Trento ha arrestato 7 compagni/e. La sentenza ha confermato le condanne per 5 compagni/e mentre per altri 2 sono state aumentate. Riguardo gli arresti seguenti all’operazione Renata leggete ai seguenti link:

Opuscolo “L’amore, l’azione e lavita sono altrove: Note riflessioni, scritti intorno all’operazione Renata e la repressione anti-anarchica”

Operazione Renata. Storytelling provinciale per una strategia nazionale

Nel momento storico attuale, segnato da isolamento sociale, paura e crescente arroganza padronale, è importante più che mai rilanciare la solidarietà verso questi compagni e compagne generosi, sempre pronti a battersi nelle lotte degli sfruttati, ovunque essi siano, senza mettersi in tasca nulla. Pronti a giocarsi la propria libertà per quella degli altri. Si parte e si torna insieme.

Per dare un contributo, anche economico per sostenere le spese legali, trovate le informazioni necessarie al seguente link.

Pubblichiamo di seguito il testo Ai cuori ardenti che i compagni e le compagne imputati hanno scritto in occasione del processo di appello.

Ai cuori ardenti

premessa

In quali condizioni, in quale senso la storia si svolgerà in

seguito? Questi quesiti sono insolubili. Ciò che noi sappiamo

sin d’ora è che la vita sarà tanto meno inumana quanto più

grande sarà la capacità individuale di pensare e di agire.

Simone Weil

Sono passati due anni dall’operazione che ha portato ai nostri arresti e da quando, mesi dopo, abbiamo messo nero su bianco quel che avevamo da dire a riguardo. A tutt’oggi cinque di noi si trovano sottoposti a misure cautelari, in attesa del processo d’appello, misure che non vengono neppure conteggiate ai fini dell’esecuzione della pena. Un “obbligo di dimora” che nella realtà dei fatti appare come una sorta di “confino” trovandoci divisi e sparpagliati in varie parti della penisola. Ben più degno di nota, però, è quel che è accaduto nel frattempo. Possiamo dire senza troppi fronzoli che il mondo (ancora quello di là fuori, per alcuni e alcune di noi, ma a quanto pare non solo per noi) si sia letteralmente stravolto. L’epidemia di Covid19 ci ha sbattuto in faccia non solo quali possono essere le conseguenze dell’organizzazione sociale capitalista (con la devastazione della natura, due secoli di guerra industriale al pianeta che abitiamo, irresponsabilità scientifiche alla ricerca di soluzioni per un sempre maggiore profitto), ma anche quale può essere la risposta degli Stati per far rientrare i potenziali dissidenti in quelle stesse logiche rassegnatorie che hanno permesso di trovarci in questo duemilaventuno.

Così è arrivata l’alzata di spalle della “società democratica” di fronte alle stragi di Stato nelle carceri, che trovandosi tra le comodità dell’al di qua del muro ha lasciato soffocare le urla di quei detenuti che per primi hanno alzato la testa. Quelle urla di disperazione hanno trovato una società capace di “accettare” la quotidianità del coprifuoco, una società capace di adattarsi essa stessa alla logica della carcerazione. Questo dobbiamo constatare: da qui, dall’abitudine ad una normalità sempre più spaventosa nasce quell’indifferenza, trasformandosi poco a poco nell’incapacità di uno spirito critico anche per tutto il resto: d’un prendersi cura l’uno dell’altro, d’una solidarietà concreta, resa “illecita” e “criminale” senza dubbio dalle operazioni repressive, ma forse ancora di più dalla rassegnazione a vedere la Verità solo negli slogan di Stato (come dimenticare le bandiere ai balconi, i “distanti ma uniti”, i “siamo tutti sulla stessa barca” ed infine la fiducia nella Scienza come unico “dio salvatore”). Come un colpo di spugna sullo scontro reale e di classe, la digitalizzazione del mondo, presentandosi come una fuga da una realtà che “è meglio non vedere”, non può che accelerare questo processo di distacco dal mondo. Sono messaggi del nostro tempo che dobbiamo cominciare a vedere chiaramente.

Ma oltre a cercare di vederci chiaro, siamo tra quelli che cercano di guardare lontano per trovare la forza di battersi qui, perché il terreno internazionalista è ciò che dà il senso a tutte le lotte per la libertà. E non ci è certo sfuggito che in moltissime parti del mondo centinaia di migliaia di oppressi si stanno battendo contro misure di contenimento che hanno tutto del militare e poco del sanitario, contro le sistemiche violenze della polizia, contro regimi sempre più autoritari.

È forse per questo che la sfilza di operazioni poliziesche che si sono abbattute contro anarchiche e anarchici in questi due anni mostrano misure e strategie sempre più repressive. Arresti dichiaratamente preventivi per evitare che si «soffi sul fuoco» del malcontento sociale, accuse di terrorismo a chi ha resistito ad un pestaggio in carcere, l’infamante accusa di strage come nuova arma repressiva per seppellire compagne e compagni sotto decine di anni di carcere (come le condanne pesantissime dell’operazione Scripta Manent e il processo in corso a Juan).

Ma questo deve essere letto nel presente che stiamo attraversando. Se, per esempio, viene definito “complottista” (quando non addirittura, vanificando il significato storico del termine, marchiato con la categoria di “negazionista”) chiunque non accetti il pacchetto pronto dello Stato su qualsiasi fronte, imponendo la via unica del silenzio-assenso, non c’è da stupirsi che un gruppo di anarchici venga accusato di “istigazione a delinquere” o processato per “associazione sovversiva” per aver, tra le altre cose, evidenziato (perché non si tratta di chissà quali teorie innovative, basta aprire la finestra) come e perché le responsabilità dell’organizzazione sociale capitalista siano le effettive cause della nascita e della diffusione di questa come di altre epidemie, delle guerre, dello sfruttamento.

Lo leggiamo anche tra le carte che ci portano all’appello dell’operazione Renata: dove una rivista anarchica diventa lo spazio per «le finalità dichiarate dall’associazione» – come una premessa certamente utile all’accusa di “terrorismo” – poiché vi si afferma l’ovvietà del fatto che un processo rivoluzionario non possa «escludere anche forme di lotta violenta». Lorsignori, con la cocciuta ostinazione a voler far rientrare l’anarchismo nelle logiche gerarchiche del processo penale, cercano di incolpare chi esprime ciò che è ovvio del fatto che… «qualcuno prima o poi finirà per crederci»: se non fosse il tragico tentativo di aumentare gli anni di galera risulterebbe perlomeno grottesco.

Come poteva essere prevedibile, la dichiarazione scritta in occasione del processo di primo grado –“Ai cuori ardenti”, che segue questa premessa – non ha tardato ad arrivare sulle scrivanie di diverse Procure. Ma noi non cerchiamo certo giustizia dove non si può trovare, e siamo consapevoli che sia anzitutto la sproporzione dei rapporti di forza in campo a concedere terreno alla spavalderia repressiva dello Stato. Solo quando le lotte riescono a prendere spazio si fanno più chiari i ruoli della società in cui viviamo, anche quelli della farsa giuridica, e si fanno meno efficaci le armi della repressione. Per questo riteniamo che questo duemilaventuno sia anche il frutto di uno spirito rivoluzionario inconsistente e reso muto, se non del tutto incapace di immaginarsi. Ma sappiamo anche che ci sono strade (im)possibili che possono cambiare le cose. Scriveva Bakunin all’alba della Comune di Parigi: «è ricercando l’impossibile che l’uomo ha sempre realizzato il possibile». Lo sappiamo noi come lo sanno tutti gli anarchici e le anarchiche che in ogni angolo del mondo ora si trovano dietro le sbarre. A loro mandiamo il nostro saluto, la nostra complicità, la fervente solidarietà che ci anima nell’azione. Lo facciamo oggi come lo ricorderemo domani se ci troveremo di nuovo tra le strette mura di una cella.

Sì, continueremo ad essere testardi perché sappiamo che è solo con questo spirito che si potrà guardare avanti, per continuare a battersi per la libertà, adoperandoci con i mezzi che più riterremo adatti e consapevoli di avere di fronte un nemico che, spontaneamente, non farà alcun passo indietro. Il battito che sentiamo non potrà mai essere percepito dal giudizio di un’organizzazione sociale figlia del profitto e della competizione. Guardiamo oltre per vederci chiaro. Ma per questo non sarà sufficiente rivolgere lo sguardo alle nostre mani e alle nostre menti.

Occorre rivolgerlo soprattutto ai nostri cuori.

I nostri cuori ardenti.

Trento, 22 febbraio 2021

Stecco, Agnese, Rupert, Sasha, Poza, Nico e Giulio

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[Memoria storica] Il sottile filo tra Rosa Bianca e Sudtirolo

Il collegamento tra la Rosa Bianca e il Sudtirolo non è molto forte: è un filo sottile, un decreto del rettore dell’università di Innsbruck dove era iscritto Christoph Probst.

Die Weiße Rose

Quando viene ghigliottinato insieme a Sophie e Hans Scholl, Christoph Probst aveva 24 anni. Dopo quel 22 febbraio 1943 verranno condannati a morte anche Kurt Huber, Willi Graf e Alexander Schmorell, mentre altri componenti della Weiße Rose, la Rosa Bianca, verranno condannati a diversi periodi di prigionia.

Monumento all’Università Ludwig Maximilian di Monaco, dedicato al gruppo della Rosa Bianca.

Probst non era una figura centrale del gruppo, anzi venne ghigliottinato insieme a Sophie e Hans solo perché quest’ultimo aveva addosso una bozza di volantino redatta da Christoph. Accanto ai “fratelli Scholl”, il suo finisce per essere un nome collaterale nella memorialistica e nelle cerimonie, anche in Sudtirolo e in particolare a Bolzano. Il capoluogo ha infatti dedicato ai fratelli Scholl uno spiazzo in via Roma e promesso un cippo commemorativo, anche per affinità rispetto ad una parte della locale Resistenza di stampo cattolico e non violento, lasciando così Probst sullo sfondo nonostante la sua storia abbia un risvolto importante per la memoria locale.

Verraten – Vertrieben – Vergessen

Traditi, cacciati e dimenticati: così è intitolato il libro che ripercorre la storia dei neurochirurghi di origine ebraica che hanno subito le persecuzioni naziste a partire dal 1933: se molte di queste storie culminavano o con l’esilio, o con la morte, il punto di partenza era quello della privazione dei titoli accademici e professionali. Solo lentamente e in seguito all’Historikerstreit e all’affare Waldheim le università tedesche e austriache hanno iniziato a riconoscere questi aspetti problematici delle proprie storie, decidendo di rendere onore pubblicamente a quelle che erano state “doppiamente vittime”: durante il regime nazionalsocialista, perseguite; in seguito, il fallimento della denazificazione delle università si era accompagnato al mancato riconoscimento dei torti e alla continua esclusione di questi accademici.

Documento con cui l’Università di Innsbruck dedica una targa a Probst nel 1984

Lo stesso è accaduto con Christoph Probst, che in seguito – il giorno stesso! – alla condanna a morte era stato escluso dagli studi da qualsiasi università tedesca. Un torto cui l’università di Innsbruck ha rimediato solo dopo decenni, cominciando a ricordarlo ufficialmente a partire dal 1984 e riabilitandolo solo nel 2019, 76 anni dopo quel 20 febbraio 1943 e a cento anni dalla sua nascita.

Der Fall Klebelsberg

Il decreto con cui Probst veniva „dauernd vom Studium an allen deutschen Hochschulen ausgeschlossen“ portava la firma di Raimund von Klebelsberg, rettore dal 1942 fino alla fine del conflitto dopo essere già stato ordinario di geologia e rettore nell’anno accademico 1933/1934. Considerato un luminare della glaciologia, Klebelsberg era da anni attivo anche sul fronte politico: oltre ai diversi ruoli nel DÖAV, il club alpino tedesco e austriaco, si era più volte espresso a favore dell’Anschluss e in termini antisemiti, tanto da iscriversi poi all’NSDAP, il partito nazionalsocialista.

Il rettore brissinese Klebersberg durante una conferenza a Venezia nel 1944

Prima di venire nominato rettore dai nazisti, Klebelsberg era stato il promotore della ridenominazione dell’università da Leopold-Franzens-Universität a Deutsche Alpenuniversität, portando a compimento un percorso di lungo periodo di spostamento dell’università a sostegno del nazismo e dell’annessione.

Raimund von Klebelsberg era anche un sudtirolese, nato a Bressanone nel 1886 da una famiglia aristocratica.

Vorbilder für die Jugend

Nel dopoguerra Klebelsberg verrà deposto da rettore e poi sospeso per tre anni in seguito alla denazificazione, ma sarà reintegrato e così anche in sudtirolo ci sarà chi vorrà onorare il professore e famoso scienziato: “Klebelsberg gehört nicht nur zu den bedeutendsten Persönlichkeiten Tirols; er kann auch uns Lehrern und der studierenden Jugend ein Vorbild sein“, si legge sul volantino che festeggia l’intitolazione a Klebelsberg del Realgymnasium di Bolzano, nel 1981.

Che questo fosse un modello ben poco d’esempio viene subito messo in discussione dalla giovane generazione di storiche e storici che in quegli anni cambieranno la storiografia del sudtirolo, per le quali proprio il caso Klebelsberg avrà un’Eisbrecherfuktion: primo fra tutti Leopold Steurer, nello Sturzflüge monografico sulla storia (e persecuzione) degli ebrei in tirolo del 1986 e poi nella discussione pubblica che lo vedrà pubblicamente attaccato e insultato nello spazio delle lettere della Dolomiten.

Non è stato l’unico caso di personaggi del nazionalsocialismo eletti a modello per i giovani, con l’intitolazione di scuole e non solo. Come scrive Martha Verdorfer, i nomi degli istituti scolastici sono un indicatore dell’immagine del passato dominante, perché sono parte della cultura della memoria e rappresentano la rappresentazione di sé dei diversi gruppi linguistici. In questo senso assistiamo ciclicamente a dibattiti simili relativi all’odonomastica, per le vie intitolate a Luigi Cadorna e non solo. Se il liceo scientifico tedesco ha cambiato nome nel 2000 e solo nel 2014 una scuola media di Merano ha smesso di essere intitolata a Josef Wentner nel 2014, ancora oggi nel capoluogo abbiamo un’altra media dedicata a Josef von Aufschneiter.

Christof Probst

Ci sono voluti quasi quindici anni di impegno di insegnant*, student* e sudtiroles* per arrivare alla cancellazione del nome di Klebelsberg, solo in seguito ad un parere richiesto proprio all’università di Innsbruck nell’ennesimo, disperato tentativo di “salvare” un personaggio indifendibile. Vent’anni dopo il liceo è ancora senza nome: sono già state fatte molte proposte, tra cui quella di Josef Mayr-Nusser, sudtirolese rifiutatosi di giurare al Reich e morto sul treno che lo deportava. Forse insieme ai mazzi di rose bianche , le targhe e i cippi commemorativi, la città di Bolzano, l’amministrazione provinciale e l’istituto potranno decidere di dedicare la scuola allo studente di medicina Christoph Probst, antinazista punito anche dopo la morte da Raimund von Klebelsberg. Non un eroe, ma un ragazzo che ha continuato in ciò che era giusto: Un perfetto rovesciamento capace di essere veramente un modello per i giovani.

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[Memorie di classe] “Il battito di una farfalla in val di Mazia….” Ricordi dalla sezione meranese del PCI

Dove si racconta di un Partito che non esiste più, di un’amena città di frontiera e di un giovane perduto tra le montagne della morte

Devo essere sincero. Non sono più così convinto della mitologica epopea del Partito Comunista Italiano.

A quel tratto della mia vita in cui vi militai, in una piccola città di frontiera, non avevo mai dedicato un serio sguardo retrospettivo; anche se è innegabile che per me abbia costituito un percorso di formazione, una sorta di magnete capace di attrarmi anche in seguito, verso la partecipazione politica attiva.

Che ero di sinistra lo compresi all’improvviso in una torrida giornata di maggio, presso un’aula delle scuole medie Segantini, in via Trenta aprile a Merano. Verso la fine dell’anno scolastico era consuetudine dei professori concedersi qualche divagazione dal rigido canovaccio dei programmi ministeriali. Giusto per snocciolare, in rapida carrellata, una serie di eventi storici a noi un po’ più prossimi di Menenio Agrippa o di Enrico Primo, l’Uccellatore di Sassonia.

Così seppi in pochi istanti di quel fenomeno chiamato Rivoluzione industriale, della nascita del proletariato urbano inglese, del feroce sfruttamento in nome dell’accumulazione, della diaspora dalle campagne verso la miseria dei nuovi ghetti urbani, dell’alienazione della fabbrica e dell’idolatria verso il nuovo Dio-Macchina.

Ma anche della nascita del mutuo aiuto e della solidarietà di classe, del luddismo e delle Gilde operaie, delle lotte per arginare lo strapotere dei padroni, delle teorie di un certo Carlo Marx e del suo amico Federico. Fu come un’illuminazione: Minchia! Ma allora erano tredici anni che mi prendevano per il culo!

Ora lì per lì non ricordo bene come concretizzai quello slancio. Ricordo però lo sguardo di malcelata compassione che l’anziano bidello riservava ai miei goffi comizi da corridoio.

L’occasione per farmi sotto arrivò per me solo dopo diversi anni, verso la fine delle scuole superiori.

Era in voga a quell’epoca in Sudtirolo, la tradizione di sottolineare la propria rigorosa appartenenza etnica con la deflagrazione di cariche di tritolo. E non che poi nella quotidianità abbondassero le occasioni per socializzare con i coetanei dell’altro gruppo etnico, tutt’altro. Il nostro istituto per fare un esempio, era in un Polo scolastico multilingue, ma i corridoi che ci collegavano con le scuole tedesche erano chiusi a chiave, gli orari della ricreazione e di uscita erano sfalsati, i gruppi sportivi e i luoghi ricreativi erano diversificati. Tutto purchè non ci si incontrasse mai. Un sostanziale regime di Apharteid morbido e non dichiarato. Lo spauracchio più grande delle classi dirigenti era la GemischtKultur, l’esistenza dell’altro gruppo etnico era tollerata a malincuore. Bisognava blindarne i confini e limitare le contaminazioni, così si controllavano meglio i consensi agitando lo spauracchio del “diverso”.

Fine anni 80 : Manifestazione in piazza del grano a Merano

Noi a dire il vero c’eravamo non poco rotti i coglioni di quella faccenda, semplicemente non era storia nostra, non avevamo ancora vent’anni e sul rancore prevaleva la voglia di stare insieme. Volevamo conoscerci, discutere, innamorarci, anche se facevamo un po’ di fatica a comprenderci.

Così nacque il Comitato interetnico studentesco, le assemblee nelle scuole con i boicottaggi dei presidi bigotti, i primi volantini, le riunioni fiume e le manifestazioni.

Fu breve ma intenso e ci rimase addosso una strana carica galvanica. Con un piccolo gruppo continuammo a vederci, più che altro in biblioteca o in qualche stanzetta messa a disposizione dalla CGIL.

All’epoca ero onnivoro e in preda ad una bulimia cannibale; mi nutrivo dei testi di Renzo del Carria ,e sognavo proletari senza rivoluzione, leggevo Balestrini e Franco della Peruta, ma anche libri come Mara Renato ed io di Franceschini; mi inabissavo nella storia dei movimenti studenteschi del 68 e del 77, evocavo l’orda d’oro con qualche migrazione caraibica da manuale Guevarista. Spesso vagavo tra le giungle vietnamite, ma con frequenti incursioni nei tropici del miraggio sandinista. Quella febbre rossa mi esaltava, evocava in me rivolte e libertà indicibili, muscolosi picchetti notturni e amori guerriglieri su imbarcazioni d’Orinoco. In preda a questo stato si può arrivare a tutto, persino a infliggersi il tormento dei canti del movimento di liberazione dell’Angola.

Dato un simile quadro clinico, appare evidente che l’ entrare nelle file dell’austero Partito Comunista cittadino non mi passasse neppure per la mente, perché, come sottolineava pure il poeta genovese, a un Dio Fatti il culo non credere mai!

Però, c’era un però, eravamo pur sempre a Merano, l’amena località termale casa di cura a cielo aperto di decrepiti benestanti bavaresi. E a noi sembrava di soffocare. Dove volgere lo sguardo? Dov’era l’uomo in rivolta, o quantomeno gli attivisti residui delle passate generazioni? Perché nulla si muoveva nella capitale dello Jaegermeister e delle partite di Hockey su ghiaccio?

Così cedetti, io sventurato risposi. Furono le lusinghe persistenti di Luigi, il più erudito tra noi, l’unico che forse Marx lo aveva letto veramente, invece di evocarne a caso visioni di spettri vagabondi.

Fu allora che oltrepassammo la soglia di via Portici 204, dove si narravano le gesta del compagno Carraro che respinse l’assalto dei fascisti, armato soltanto di una sedia. Come sede diciamolo, era una vera schifezza, quattro tavolacci instabili con sedie d’ordinanza su un pavimento di legno sghembo e manifesti elettorali di discutibile attrattiva alle pareti. Ma nell’angolo in basso a sinistra, formidabile e gagliardo, anche se non di primo pelo , il ciclostile a matrice d’inchiostro. Il vero sex appeal dell’inorganico! Forse fu lì che c’innamorammo, e detto fatto fondammo la Federazione giovanile Comunista, occupando militarmente uno sgabuzzino maleodorante, le cui pareti si popolarono in breve di graffiti allucinati e ritratti beffardi dei padri fondatori.

Forse non lo dovrei dire, ma quel posto mi è rimasto nel cuore, non foss’altro perché è li che feci per la prima volta l’amore, sotto un torvo ritratto di Palmiro Togliatti a cui qualcuno aveva proditoriamente disegnato un cazzo in testa.

Lavoro politico nell’austera sede del PCI in via Portici

Ora non vorrei dilungarmi, però credetemi le riunioni serali del direttivo cittadino non sono annoverate negli archivi dei miei ricordi, alla la voce “Pelle d’oca”. Però in quegli anni ci demmo da fare, agli inizi eravamo quasi tutti italiani, Luigi, Sonia, Stefano, Gianluca, Marina, Claudio, Patrizia, Alessandra, Maria e altri di cui non ricordo il nome, un gruppo poco nutrito di quarantenni miglioristi e i “vecchi”, la vera ossatura della sezione. Tra loro capitava talvolta pure qualcuno che provasse a buttarti li “ anche le cose buone che aveva fatto il compagno Stalin”. Però alla fine, per una questione di affetto erano proprio i vecchi che mi piacevano di più. Quei testardi e permalosi organizzatori di feste dell’unità al Cavallino Roessl, dove la cosa più giovanile che ti potesse capitare era un giro di liscio sulla pista da ballo. Soprattutto mi piaceva Vladimiro, un medico in pensione appena trasferito da Roma che curava la gente senza soldi e senza diritti ed era capace di scegliere le parole giuste per arrivarci al cuore. Ironia della sorte fu proprio il cuore a tradirlo e ci lasciò soli nel pieno di un Congresso Provinciale.

Poi c’erano i transfughi , quelli che si raccoglievano intorno alla figura di Alexander Langer e alle liste dei Verdi, la scena politica più interetnica della sinistra sudtirolese. Via via iniziò allora a manifestarsi una realtà alternativa che prima non ero stato capace di vedere, a volte magari dai tratti un po’ altezzosi o maledetti, come i gruppi più artistici del Theater in der Klemme, o i circoli dei punk tedeschi di Lana o Cortaccia.

Intanto la vita di Partito procedeva e noi eravamo diventati maestri inchiostratori emuli del Piranesi, capaci di dare vita a diversi numeri di riviste che non mi dispiacerebbe avere ora tra le mani. Alice Resiste, fu l’ultima nostra creatura, ma già avevamo litigato tra di noi, in osservanza al dogma che vuole ogni movimento di sinistra , consumato tra faide intestine e scissioni molecolari.

Ricordo però raccolte firme a profusione, interviste radiofoniche con Gigi Bortoli ed Enzo Nicolodi, campagne elettorali in cui eravamo sempre i primi dei non eletti, affissioni notturne con bagni di colla incorporati, viaggi epici per interscambi culturali con la gioventù socialista dell’isola di Tenerife, cene di gala coi dirigenti romani, tra cui riaffiora ancora l’inspiegabile voracità del compagno Fassino.

Un giorno per puro sfregio, durante l’affollatissima festa della città, issammo da una finestra di via Portici, il bandierone dell’Unione Sovietica a garrire indomito nel cielo. Ricordo distintamente che i commercianti del centro storico aprirono la caccia all’uomo, e credo ci volessero proprio ammazzare. E dire che mi era sempre stata sul cazzo l’Unione Sovietica.

Una volta, mi pare fossero le elezioni europee, dalla sede di Bolzano ci fecero sapere che serviva un volontario per fare da ispettore di seggio. Si trattava di presenziare allo spoglio elettorale e comunicare in tempo reale tramite telefono a gettoni, i risultati direttamente a via Botteghe oscure. Insomma una forma primordiale di exit poll. Potevo farmi scappare un’occasione così ghiotta?

Solo il giorno seguente mi comunicarono che la destinazione del mio slancio volontario era l’oscuro abitato di Mazia, villaggio tra i ghiacci eterni a 1700 metri di altitudine, nelle alpi retiche, al termine di un incubo di tornanti chiamato strada. Nessun mezzo pubblico arrivava fin lassù, così dovetti appoggiarmi ad una prosperosa massaia di Malles che ogni tanto organizzava un servizio navetta. Nel viaggio proferì solo una frase, ma dal suono vagamente sinistro: cosa fare tu lassù, che qvelli restano isolati là per dieci mesi all’anno? L’impatto coi residenti non deluse infatti le aspettative, e fui accolto dal lancio di sfere di sterco da parte di orde di bambini deformi. E da quell’allegria di sguardi tipica delle taverne transilvane quando nomini a voce alta il nome del conte Vlad. Mi barricai nella camera dell’osteria a leggere Pavese, ma più che altro a temere per la mia vita.

Allo spoglio delle schede sulle prime rimasi interdetto; credevo di masticare un po’ di tedesco ma non ero preparato alla ricchezza arcaica di linguaggi sopravissuti a svariate invasioni barbariche. Nessuno mi rivolgeva la parola, ero un puro oggetto del disprezzo colletivo. Io però ero pronto a tutto, non potevo esserre arrivato lassù tra i Carpazi a rischio della mia stessa vita, per rimediare un pugno di mosche. Mi vedevo umiliato e offeso da intere commissioni disciplinari pronte a invocare il mio trasferimento coatto nelle taighe siberiane. Cosi bleffai dicendo loro che se non mi comunicavano in idioma a me comprensibile, i dati elettorali, avrei telefonato al segretario Occhetto in persona, e quello non era mica uno che scherzava. La minaccia stranamente non li persuase, e fu solo un timido professore calvo, presumibilmente ecologista, che si mosse a pietà rivelandomi gli agognati risultati.

Al solito la posta se la divisero Silvius Magnago ed Eva Klotz, con un voto ai verdi ascrivibile all’ambientalista calvo, e un più misterioso voto all’MSI. A tarda notte uscii per correre a rifugiarmi nella mia camera. Per un attimo incrociai lo sguardo di un carabiniere di guardia al seggio.

Cartoline dal ridente paese di Mazia

Questo è tutto, una manciata di ricordi buttata sul tavolo a casaccio e poi arrivò la svolta della Bolognina come una doccia fredda, le tre mozioni di Occhetto, Ingrao e Cossutta, l’agonia delle votazioni nei vari circoli e la morte sopraggiunta per consunzione del paziente.

A distanza di tanti anni però nessuno potrà togliermi la convinzione che l’inizio del declino del glorioso Partito non risiedesse proprio là, nella follia di quella scelta di un campione azzardato per la valutazione dei futuri trend elettorali.

Come si dice, il battito di una farfalla in val di Mazia, può provocare il crollo del muro di Berlino.

Marco

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[Revisionismo storico-Bolzano] L’operazione Foibe ed i suoi effetti

Dal 2004, anno di istituzione della giornata del ricordo per iniziativa della destra post-fascista, ad oggi il 10 febbraio si conferma come una giornata di revisionismo storico in cui le istituzioni della Repubblica italiana hanno fatto propria una certa propaganda neofascista, costruita su menzogne e falsificazioni puntualmente riprese dai media e da politici digiuni da ogni conoscenza storica minima. Negli ultimi 15 anni sono numerosi i casi di criminali di guerra repubblichini alleati dei nazisti che sono stati decorati con medaglie dal Presidente della Repubblica ed oramai nel corso delle celebrazioni istituzionali sono pochi coloro che si indignano nel vedere le bandiere della X Mas sventolare. Una giornata in cui si tenta di riscrivere la storia, dove anche i fascisti possono mettere in piedi una narrazione vittimista. La cosiddetta sinistra ha lasciato accadere tutto ciò per un misto di ignoranza, mancanza di vitamine, perdita di memoria storica e subalternità alla destra.

Non si tratta certo – come è evidente – di negare il fatto che un certo numero di italiani, in gran parte fascisti, collaborazionisti della Wehrmacht o appartenenti alla borghesia istriana, sia stato ucciso ed oggetto di vendette covate durante i decenni di oppressione fascista prima e nazifascista poi. Non si tratta certo di negare come, all’interno di una cornice storica esasperata dall’odio etnico e razziale propagandato dai regimi nazifascisti, possano essere accaduti degli eccessi nelle vendette compiute contro la popolazione italiana, spesso assimilata tout court ai fascisti, come era nelle intenzioni di Mussolini.

Si tratta di inserire i fatti accaduti all’interno di un contesto storico preciso, che va raccontato, tutto. Va raccontata la violenta politica di snazionalizzazione perpetrata dal fascismo in una terra in cui storicamente vivevano numerosi gruppi etnici e che alterò l’equilibrio esistente alimentando odio e risentimento che esplose non appena ne ebbe l’occasione, con le prime vendette verificatesi dopo l’8 settembre 1943. Vanno raccontati i deliri razzisti ed gli orrendi crimini compiuti dagli ustascia di Ante Pavelic, sostenuto da Hitler e Mussolini. Va raccontata la feroce occupazione tedesca e italiana dei Balcani. Vanno raccontati i lager gestiti dagli italiani come quelli di Gonars e Arbe.

Anche in Alto Adige, anno dopo anno, il pressapochismo con cui si affrontano i fatti relativi al confine orientale assume toni a dir poco grotteschi e preoccupanti.

Se a Bolzano come altrove, da anni la cosiddetta giornata del ricordo (anche se sarebbe meglio definirla giornata delle amnesie) è un occasione di mobilitazione per i neofascisti di CasaPound e per una parte politica che ha interesse a delegittimare e infangare la Resistenza antifascista per ricostruirsi una sorta di legittimità politica, va detto come anche i cosiddetti democratici si siano distinti per dichiarazioni assurde e fuori da ogni logica e buon senso. Primo fra tutti il sindaco di Bolzano Renzo Caramaschi il quale nel corso delle celebrazioni del 2019 arrivò a dire come non vi fosse nessuna differenza fra le Foibe ed Auschwitz. Una stupidaggine che si commenta da sola.

Lo stesso sindaco ha recentemente affermato come siano stati messi a bilancio dal Comune di Bolzano 60 mila euro per la costruzione di un memoriale sulle passeggiate del Talvera, dove c’è giù una lapide che ricorda gli esuli istriani. Nell’articolo sull’Alto Adige che annuncia tale stanziamento, in un’imbarazzante capriola il giornalista mette le mani avanti e dice come il muro del Lager di via Resia ed il memoriale in progetto sul Talvera non siano certo connessi dal medesimo male, essendo la Shoah unica nella “incancellabile assolutezza del suo orrore” ma tuttavia – precisa il cronista – essi sarebbero “ugualmente collegati in quanto accomunati dall’essere conseguenza dei totalitarismi”. Ed eccoci nuovamente al tentativo di mettere sullo stesso piano comunismo e nazismo, il cosiddetto antitotalitarismo, un paradigma spesso utilizzato come cavallo di troia per riabilitare il fascismo che “ha fatto anche cose buone” e per mistificare e confondere i piani di analisi dei fenomeni storici, ribaltando spesso cause e conseguenze, come si deduce dall’articolo del giornalista altoatesino. Relativamente alle insidie del cosiddetto antitotalitarismo  rinviamo alle riflessioni di Filippo Focardi.

A testimoniare la faciloneria con cui si parla del tema ricordiamo anche come sul giornale locale Alto Adige del 10 febbraio dello stesso anno una foto dei massacri operati dai fascisti italiani in Slovenia venne invece attribuita, in un’operazione orwelliana, ai partigiani di Tito. Ma il caso dei falsi fotografici relativi alle vicende delle Foibe è un altro aspetto scandaloso dell’operazione di revisionismo, che è stata approfondita in modo adeguato qui.

Articolo pubblicato sull’Alto Adige del 10 febbraio 2019 in cui, a corredo di una conferenza sulla vicenda delle foibe , viene associata una foto di una strage compiuta dagli italiani contro la popolazione slovena

La foto che testimonia i crimini di guerra italiani presa da un archivio sloveno

Alcuni anni fa, nello stesso capoluogo altoatesino, nel quartiere Don Bosco, una via è stata intitolata a Norma Cossetto sulla cui figura, strumentalizzata per i fini più abietti, è stato girato Rosso Istria, il primo film successivo al 1942 in cui le truppe naziste arrivano a salvare la situazione e a fare giustizia. Un film di propaganda e pieno zeppo di falsità, imbarazzante sotto ogni punto di vista che si accompagna bene al precedente scandaloso Il cuore nel pozzo, voluto da Maurizio Gasparri, altro film di propaganda revanscista e nazionalista. Nella stessa via il Comune di Bolzano ha posto una stele su cui vi è scritta la motivazione con cui nel 2005 il Presidente della Repubblica Ciampi, su proposta di alcuni deputati di Alleanza Nazionale, concesse alla Cossetto la medaglia d’oro al merito civile:

Giovane studentessa istriana, catturata ed imprigionata da partigiani slavi, veniva lungamente seviziata e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in una foiba. Luminosa testimonianza di coraggio ed amor patrio”.

Il passaggio intitolato a Norma Cossetto a Bolzano

La vicenda della Cossetto, figlia di un importante gerarca fascista italiana ma anche lei convinta sostenitrice del regime mussoliniano, chiamata in alcuni deliri di esponenti della destra e giornalisti di area neofascista come Fausto Biloslavo come la “Anna Frank italiana”, è oggetto di esagerazioni, falsità ripetute e incrostatesi nel corso degli anni. Dicerie ripetute senza nessuna verifica e prese per vere come atto di fede dettato dalla necessità per gli eredi del fascismo di avere una propria martire, vittima della “barbarie slavocomunista”, come ebbe a dire anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che riprese così un lessico appartenente alla propaganda fascista del tempo.

Ad ogni modo, lungi da noi approfondire qui il marasma di bugie e invenzioni costruite riguardo alla vicenda di Norma Cossetto, per una sua conoscenza che vada oltre le falsità ripetute compulsivamente ogni anno rinviamo ad un’attenta lettura della seguente inchiesta del gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki:

1/Gli incontrollati fantasy su Norma Cossetto, 1a parte | Una kolossale foiba nell’acqua: il film Rosso Istria

2/ Gli incontrollati fantasy su Norma Cossetto, 2a parte | Cosa sappiamo davvero di questa storia?

3/Gli incontrollati fantasy su Norma Cossetto, 3a parte | Leggende metropolitane e ricatti morali. Con un appello agli storici: rialzate la testa!

Di pari passo con i tentativi di riscrivere la storia, dipingendo gli italiani come vittime all’interno di un conflitto che era stato determinato proprio dallo Stato fascista italiano, vi è stato però nel corso degli anni un serio lavoro di ricerca e documentazione che ha smascherato punto per punto le menzogne di cui tale giornata è prospera. Un lavoro che sta dando i suoi frutti.

Per primi vanno ricordati i lavori fondamentali dei ricercatori del Friuli Venezia-Giulia Alessandra Kersevan, Claudia Cernigoi e Sandi Volk che da subito hanno girato l’Italia in lungo in largo -subendo intimidazioni e aggressioni da parte neofascista- per spiegare i crimini del fascismo e dell’occupante nazifascista, sconosciuti ai più, che ebbero come logica conseguenza le vendette partigiane successive all’8 settembre 1943 e poi dopo la fine della guerra. Nel febbraio 2020 a Verona, città amministrata dall’estrema destra, la giunta comunale non ha concesso una sala comunale in cui doveva tenersi una conferenza dal titolo Storia del Confine Orientale. Esodo Istriano e dintorni, tenuta dallo storico triestino Volk Un lavoro coraggioso e fondamentale il loro, a maggior ragione perchè avvenuto in una situazione ostile per chi si ostinava – e si ostina tuttora – a non accettare in silenzio una verità di stato palesemente costruita su una memorialistica nostalgica e su mistificazioni inaccettabili sotto ogni punto di vista.

Il lavoro degli storici friulani ha fornito la base alla redazione dell’ultimo testo in ordine di tempo che si pone il compito di togliere le vicende del confine orientale dalle grinfie della propaganda nazionalista e spiegare le complesse vicende ad un pubblico più ampio e spesso digiuno da tali conoscenze: E allora le Foibe? Pubblicato per Laterza da Eric Gobetti sta riscontrando un certo successo.

Ritornando all’Alto Adige negli ultimi giorni il quotidiano locale di lingua italiana ha pubblicato due articoli che raccontano le vicende relative all’esodo istriano. In un primo articolo, pubblicato il 7 febbraio, lo storico Giorgio Mezzalira spiega come già durante il fascismo il regime favorì il trasferimento di professionisti, impiegati di alto livello e dirigenti istriani in Alto Adige, considerati adatti alle condizioni locali della Provincia grazie all’esperienza maturata in un’altra regione caratterizzata dalla convivenza di più popoli, come l’Istria appunto. Anche nel dopoguerra, in seguito alla sconfitta del nazifascismo ed alla fuga di migliaia di italiani dall’Istria, il Governo di Degasperi vide nel trasferimento in Provincia degli esuli un’opportunità di rafforzare l’elemento italiano. Ma chi erano questi esuli? In un articolo del consigliere provinciale Riccardo Dello Sbarba pubblicato sullo stesso giornale il 9 febbraio 2021 emerge come fra gli esuli una parte significativa era composta da elementi della classe dirigente locale. Oscar Benussi fu viceprefetto a Spalato dal 1941 al 1943 (va ricordato come l’Esercito italiani in quelle zone fu responsabile di crimini efferati) e poi prefetto della Repubblica di Salò a Treviso fino allla fine della guerra. Egli divenne il punto di riferimento per molti altri esuli che giunsero a Bolzano fra cui vengono ricordati altri personaggi compromessi con il regime che aveva oppresso per decenni la popolazione slava: Vittorio Karpati, vicequestore di Fiume-Rijeka fino al 1945 che nel dopoguerra ricoprì poi lo stesso ruolo nella Questura di Bolzano, l’avvocato Antonio Vio che fu podestà della stessa città dal 1924, il deputato Ossianich, trasferito invece a Merano. Giunse in Provincia anche Ruggero Benussi, figlio di Oscar, il quale durante la guerra fu volontario repubblichino nell’esercito di Salò, dove aveva comandato una speciale squadra di parà dalmati alle dirette dipendenze dell’Esercito nazista, scappando per poco alle fucilazioni die partigiani. A Trieste si era presto riciclato con gli angloamericani dove venne poi assunto come segretario particolare dal direttore delle Acciaierie di Bolzano. Negli anni successivi a Bolzano egli fu poi esponente di spicco del partito neofascista Movimento Sociale Italiano (MSI). Da Pola-Pula giunse il giudice Radnich e numerosi esponenti della borghesia italiana istriana -medici, avvocati, farmacisti, notai, albergatori, funzionari pubblici, impiegati, ingegneri- che con ogni probabilità in seguito alla fine dei privilegi concessi loro dal regime fascista, temevano rappresaglie o l’esproprio dei propri beni da parte dei partigiani comunisti. Lo stesso articolo riporta come in Alto Adige giunsero in massa – per ovvi motivi – Carabinieri ed ufficiali dell’Esercito, i quali scappavano dai tribunali popolari jugoslavi che gli avrebbero con ogni probabilità processati in quanto collaboratori della Wehrmacht nonché difensori armati di un regime che aveva oppresso per decenni la popolazione istriana, in particolare quella slava ma anche gli italiani non sottomessi al regime. Oltre a queste categorie, obiettivi sensibili di un notevole risentimento da parte della popolazione slava e antifascista, la paura di rappresaglie indiscriminate che di fatto non accaddero nelle dimensioni paventate, coinvolse però anche operai e proletari che rimasero coinvolti nell’esodo del secondo dopoguerra.

Come affermò lo storico Claudio Pavone la Resistenza fu un intreccio di tre guerre: guerra di liberazione nazionale dall’occupante straniero, guerra civile contro i fascisti e guerra di classe contro la classe dirigente e la borghesia italiana che aveva visto i propri patrimoni aumentare nel corso del Ventennio. Nel caso dei fatti accaduti sul confine orientale ciò appare in modo evidente in un contesto reso ancora più gravido di tensioni a causa delle politiche di discriminazione etnica prodotte dal regime che stroncarono la possibilità di convivenza delle popolazioni che da secoli condividevano la stessa terra.

Mai come oggi dobbiamo ricordare i crimini di guerra compiuti dall’Esercito italiano nei Balcani e nel corso della guerra coloniale in Etiopia, come in quella di Spagna. Se certamente non può esistere memoria condivisa con chi ancora oggi – fuori e dentro le istituzioni – rivendica apertamente la barbarie del nazifascismo, non si può arretrare di un millimetro riguardo alla necessità di studiare e far conoscere la storia in modo completo, rispedendo al mittente i tentativi di chi vuole utilizzarla per ricostruirsi una verginità politica o addirittura atteggiarsi a idealisti perdenti. 

Per approfondire indichiamo di seguito una bibliografia minima, video e siti utili

BIBLIOGRAFIA:

REVISIONISMO DI STATO E AMNESIE DELLA REPUBBLICA Atti del Convegno: Foibe: La verità. Contro il revisionismo storico Sesto San Giovanni (MI), 9 febbraio 2008. Kappavu: Udine.

Centro studi per la scuola pubblica. REVISIONISMO STORICO e terre di confine. Kappavu: Udine.

Claudia Cernigoi. Operazione Foibe tra storia e mito. Kappavu: Udine.

Claudia Cernigoi. “OPERAZIONE PLUTONE”. Le inchieste sulle foibe triestine. Kappavu: Udine.

Davide Conti. L’occupazione italiana dei Blacani. Crimini di guerra e mito della Brava gente 1940-1943. ODRADEK.

Alessandra Kersevan. UN CAMPO DI CONCENTRAMENTO FASCISTA. Gonars 1942-1943. Kappavu: Udine.

Alessandra Kersevan. Lager italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi 1941-1943. Editore Nutrimenti: Udine, 2008.

Tone Ferenc, Pavel Kodrič, Si ammazza troppo poco: condannati a morte, ostaggi, passati per le armi nella provincia di Lubiana; 1941–1943. Società degli scrittori della storia della Lotta di Liberazione, 1999

Eric Gobetti. Alleati del nemico. L’occupazione italiana in Jugoslavia (1941-1943). Laterza, 2013

M. Gombač e D. Mattiussi. La deportazione dei civili sloveni e croati nei campi di concentramento italiani. 1942-1943. I campi del confine orientale. Centro isontino di ricerca e documentazione storica e sociale L. Gasparini, 2004.

Gianni Oliva. “Si ammazza troppo poco”, Mondadori, Milano, 2006.

Joze Pirijevec. Foibe. Una storia d’Italia. Einaudi.

Federico Tenca Montini. FENOMENOLOGIA DI UN MARTIROLOGIO MEDIATICO. Le foibe nella rappresentazione pubblica dagli anni Novanta ad oggi. Kappavu: Udine.

LA FOIBA DEI MIRACOLI – Indagine sul mito dei “sopravvissuti”. Kappavu: Udine.

Piero Purini. Metamorfosi etniche. I cambiamenti di popolazione a Trieste, Gorizia, Fiume e in Istria. 1914-1975. Kappavu: Udine.

AA.VV. Da Sanremo alle Foibe. Spunti di riflessione storica e culturale sullo spettacolo “Magazzino 18”. Kappavu: Udine.

 

VIDEO:

Fascist Legacy – a proposito dei crimini di guerra italiani nei Balcani

SITOGRAFIA:

E allora le Foibe? Un’intervista a Piero Purich apparsa su Salto.bz il 10 febbraio 2021

La storia intorno alle Foibe di Nicoletta Bourbaki

Pillole di storia sul confine orientale

Coordinamento nazionale per la Jugoslavia

diecifebbraio.info

#Foibe o #Esodo? «Frequently Asked Questions» per il #GiornodelRicordo

Un intervento dello storico triestino Claudio Venza a Radio Blackout di Torino

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[Carovita in Alto Adige] Voglio andare a casa, la casa non c’è. Una riflessione.

Voglio andare a casa, la casa non c’è. E se c’è, costa troppo.

Abitare in una delle città più care d’Italia non è cosa per tuttx. Come non a tuttx è riservata quella condizione di benessere e l’alta qualità di vita diventata quasi il brand commerciale della regione. Questo lo sappiamo da un pò, ma le prospettive tutt’altro che rosee date da un presente al limite della distopia, ci prospettano un futuro dove difficilmente #andràtuttobene. E dove, probabilmente la forbice fra chi può e chi non può continuerà ad ampliarsi.

In un tempo quindi dove “stare a casa” è diventato un imperativo categorico, diventa doveroso soffermarsi e ragionare sull’abitare, sulle condizioni di un mercato immobiliare che in Alto Adige vale oro per chi specula sugli affitti e che pesa invece come un macigno sulle tasche di proletari e proletarie, di sfruttati e sfruttate. La casa costa troppo e in molti casi consuma anche metà del reddito. Le poche briciole guadagnate vanno via così, fra affitti esorbitanti e caro spesa. In una delle regioni più ricche d’italia la ricerca di una casa diventa per tantx una tragica epopea, e mentre più di 15.000 appartamenti restano vuoti, le città continuano ad ingrandirsi al ritmo di riqualificazioni e speculazioni edilizie. Se però ai nostri occhi è evidente la cacciata del povero dal centro città come nel caso del progetto Benko, meno evidenti sono le storie di chi si barcamena nella ricerca di una casa fra caparre esorbitanti, credenziali irraggiungibili e padroni arroganti e pretenziosi. Nel frattempo, gli stipendi non si alzano, il precariato diventa normalità ma gli affitti salgono e proliferano i grandi proprietari come i nostrani Tosolini e Podini che letteralmente continuano ad avere le mani sulla città. Certo potremo continuare a pensare che a “salvarci” ci sarà sempre il sistema di welfare e l’edilizia sociale. Ma che ruolo hanno i sussidi, le somme a fondo perduto se non quello di prestare il fianco agli interessi dei proprietari e dei costruttori? Che ruolo ha il guinzaglio dell’assistenzialismo se non quello di addomesticarci facendoci accettare lo strozzinaggio degli affittuari? Emblematica la notizia di pochi giorni fà: una donna disoccupata che nel meranese rischia di finire per strada insieme alla sua famiglia. Lavoratrice del settore gastronomico, altra punta di diamante della regione, che dopo aver perso il lavoro durante l’ultima fra le tante ormai sistematiche crisi, perderà anche la casa a causa del mancato rinnovo del contratto di locazione. Uno sfratto imminente, nessun contratto di lavoro, poche prospettive, tranne una: il dormitorio. Di dormitori, strutture per senza tetto e soluzioni tampone ne abbiamo sentito parlare molto. Centinaia di senza casa, alcuni lavoratori, troppo poco “bianchi” per meritare una casa in un sistema tossico dove il baluardo dell’integrazione e della meritocrazia rivela giorno dopo giorno violenze e discriminazioni. Come ogni inverno, l’emergenza dei senza tetto ha colto nuovamente di sorpresa politici, società civile e “cristiani caritatevoli”, in prima linea a tappare i buchi di un sistema che crea e poi espelle da se stesso gli ultimi degli ultimi, cacciati progressivamente dal tessuto urbano a suon di sgomberi e retate. Una guerra urbana al povero dove continua a venire inscenata la tiritera dell’assistenza, della raccolta di beni e oggetti che immancabilmente e periodicamente poi vengono sottratti e gettati durante gli sgomberi di polizia con la complicità della Seab. 100 coperte però non fanno per forza una casa. Dormitori e strutture non sono una casa, ma luoghi che infantilizzano, imprigionano e sviliscono. Con sguardo nostalgico leggiamo di vecchie pratiche di lotta, di sospensione degli affitti, di occupazioni collettive e di resistenza urbana solidale e attiva e autogestita. E’ però in in questa città di ricchi che ci opprime e ci deruba che dobbiamo e abbisogniamo di alternative. E’ in questo mostro d’asfalto che dobbiamo trovare nuove pratiche di riappropriazione di spazi, di autorganizzazione e di autodeterminazione. Perchè non solo la casa, ma anche la città è di chi la abita non di chi la consuma, la compra e la vende impoverendo tuttx gli altri.

Messaggi contro la speculazione immobiliare lasciati sul cantiere Benko in centro storico a Bolzano

“Benko devasta e saccheggia la tua città” Proteste a Bolzano contro la costruzione del Kaufhaus di Benko, progetto favorito e appoggiato da tutte le principali forze politiche e legittimato da un referendum farsesco.

A proposito di Benko, avevamo scritto anche al seguente link.

Altri messaggi lasciati sul cantiere Benko a Bolzano, emblema della privatizzazione dei centri storici e della trasformazione delle città in spazi-vetrina per ricchi

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[Repressione] Violenze della polizia contro i lavoratori in sciopero a Piacenza

Da molti anni il sindacato SICOBAS è in prima linea nelle lotte dei lavoratori, in particolare fra gli operai della logistica. Lunghi e difficili scioperi, picchetti, formazione politica e sindacale fra i proletari dei magazzini, in gran parte di origine straniera, ha permesso di trasformare la situazione in molti luoghi di lavoro, combattendo forme di schiavismo ed assenza totale di diritti che nella democratica Italia degli anni 2000 si diffondevano a macchia d’olio fra i capannoni della pianura padana.

Un disegno di ZeroCalcare per gli operai della logistica piacentini

Un sindacato combattivo e tenace che fa il lavoro che ogni sindacato degno di tal nome dovrebbe fare: stare fra gli sfruttati, rivendicare condizioni di lavoro migliori, costruire solidarietà e sviluppare una coscienza di classe internazionalista che sappia rispedire al mittente le provocazioni padronali e dei loro tirapiedi politici interessati a innescare una guerra fra poveri.

Fra il silenzio pressoché totale dei principali media nazionali la repressione nei confronti dei lavoratori è feroce. Cariche della celere contro gli scioperanti, centinaia di operai denunciati e sotto processo a Modena per i picchetti. Va ricordato inoltre come una provocazione della polizia politica (leggi DIGOS) tentò di incastrare il portavoce nazionale del sindacato, Aldo Milani.

Pochi giorni fa, nella notte fra il 29 ed il 30 gennaio, durante uno sciopero di fronte ai cancelli della multinazionale FedEx-TNT di Piacenza i reparti celere della polizia hanno attaccato duramente i lavoratori in sciopero, caricando e sparando numerosi candelotti di gas lacrimogeno provocando ustioni e gravi contusioni. Gli operai in sciopero non si sono fatti intimidire e sono rimasti al loro posto; decisi a difendere la propria dignità e dimostrando con i fatti che è possibile organizzarsi e lottare, nonostante la repressione e complice silenzio della cosiddetta “società civile”.

I reparti celere attaccano i lavoratori in lotta

Reparti celere contro gli scioperanti

I lavoratori stavano protestando contro l’intenzione della multinazionale americana di licenziare 650 lavoratori nell’ambito di un più generale piano di tagli del personale che a livello europeo, ha annunciato la stessa multinazionale del settore logistico, prevede il taglio di 6.300 posti di lavoro.

Per avere un racconto diretto di ciò che è avvenuto davanti ai cancelli di Piacenza ascoltate l’intervento fatto a Radio Onda d’urto al seguente link.

Riprendiamo un comunicato stampa scritto dal sindacato SICOBAS, riguardo alle violenze di cui la polizia italiana si è resa responsabile contro un picchetto di lavoratori in sciopero a Piacenza. Un’azione inaccettabile che conferma il loro ruolo di difesa degli interessi padronali e delle multinazionali americane intenzionate a promuovere anche in Italia condizioni lavorative di sfruttamento della manodopera.

La lotta dei lavoratori della logistica è la lotta di tutti i proletari. MASSIMA SOLIDARIETA’

COMUNICATO STAMPA

Nella notte fra lunedi e martedi violento pestaggio dei lavoratori FedEx-TNT da parte dei reparti celere.

Gli operai presidiavano pacificamente i cancelli della multinazionale statunitense per protestare contro l’annunciata volontà di eliminare 650 lavoratori.

Per la città di Piacenza, già duramente colpita dalla recessione dovuta al Covid-19, un colpo non sostenibille.

Sebbene gli oltre 300 operai presenti fossero del tutto pacifici, intorno alle 22:30 la polizia ha attaccato il presidio con lancio di lacrimogeni CS (vietati dalle convenzioni internazionali) e con violente cariche dei lavoratori rimasti storditi a terra.

Diversi operai hanno riportato ematomi evidenti al cranio e tagli dovuti al meccanismo esplodente dei lacrimogeni. Numerose anche le ustioni, di cui purtroppo molte ai volti.

Questa logica di gestione delle emergenze sociali quali problemi di ordine pubblico è del tutto inaccettabile per un paese civile.

Prefettura e questura dovrebbero preoccuparsi di non permettere alle multinazionali americane di umiliare e sbattere in mezzo alla strada i cittadini della loro città, piuttosto che di operare come loro guardie private.

Gli operai sono tornati davanti ai cancelli senza paura, e continueranno la loro lotta sino ad ottenere le opportune garanzie.

COORDINAMENTO PROVINCIALE S.I. COBAS

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[Strage nelle carceri marzo 2020] Una lettera dal carcere di Rieti

Con il passare del tempo stanno emergendo testimonianze sempre più agghiaccianti relative a ciò che è successo nelle carceri italiane nel marzo 2020. Sebbene la gravità rappresentata dalla morte di 13 persone (il ministro Bonafede affermò come fossero morti tutti di overdose) sarebbe stata di per sé sufficiente per suscitare un moto di rabbia e indignazione nel Paese, lo Stato d’eccezione conseguente alla pandemia ha messo in secondo piano la morte di 13 uomini, evidentemente considerati poco importanti e per cui non valeva la pena di fare nemmeno una distratta interrogazione parlamentare. Anzi, la solidarietà verso i prigionieri è stata criminalizzata al punto che ad esempio un PM di Bologna ha messo in piedi per l’occasione un’assurda, ma altresì preoccupante inchiesta “antiterrorismo” contro gli anarchici bolognesi mettendo sotto accusa la loro mobilitazione solidale con i prigionieri in lotta. L’ennesima operazione di criminalizzazione del dissenso che lo stesso Pm D’Ambruoso insieme ai Carabinieri, aveva definito di carattere preventivo. Un’operazione di psicopolizia insomma.

La protesta dei detenuti al carcere di San Vittore a Milano

A 20 dai fatti del G8 di Genova e dalle torture praticate dalla polizia nella caserma di Bolzaneto ed alla scuola Diaz si conferma come all’interno dello Stato italiano esistano sempre più spazi in cui le istituzioni agiscono al di fuori ogni vincolo legale. In particolare ciò avviene nelle carceri, luogo per eccellenza in cui vige l’arbitrarietà più totale, ma anche nei Centri di identificazione ed espulsione (CIE). In ogni caso militanti antagonisti, sindacalisti di base, carcerati e immigrati costituiscono gli obiettivi principali della violenza di Stato: essi rappresentano un “nemico interno” contro cui, all’interno di una cornice che garantisce impunità e protezione ai responsabili di violenze e repressione, tutto è permesso.

Dopo le rivolte del marzo 2020, nei primi mesi, il timore di subire rappresaglie da parte dell’amministrazione penitenziaria o degli stessi secondini, aveva impedito che gran parte delle testimonianze uscisse ma il passare del tempo, unito alla solidarietà dall’esterno ed al coraggio di alcuni detenuti che hanno avuto la forza di rompere il muro del silenzio e della paura, sta facendo scricchiolare il muro dell’indifferenza, e particolari sempre più agghiaccianti stanno emergendo.

Appare sempre più chiaro come i giorni dopo la rivolta la polizia penitenziaria abbia messo in atto una vera e propria rappresaglia su scala nazionale contro rivoltosi ed in generali i carcerati. Anche la puntata della trasmissione Report trasmessa il 18 gennaio 2021 su Rai3 dimostra come i familiari dei detenuti -non necessariamente coinvolti nelle rivolte- fossero al corrente fin da subito della mattanza in atto nelle carceri.

Nel carcere di Santa Maria Capua Vetere così come in quello di Foggia le squadrette di secondini hanno massacrato i detenuti praticando di fatto estese forme di tortura attraverso una sistematica violenza fisica e psicologica. Ricordiamo come Matteo Salvini della Lega e Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia diedero subito la propria solidarietà ai secondini indagati per i pestaggi e le torture inflitte ai detenuti; infatti furono proprio loro fra i più strenui avversari dell’introduzione del reato di tortura nell’ordinamento giuridico italiano che a loro dire “avrebbe impedito alle forze dell’ordine di lavorare”.

Un ulteriore tassello che va ad aggiungere conferme alle drammatiche vicende nelle carceri post-rivolta è costituito da una lettera anonima scritta dal carcere di Rieti nel giugno 2020 che racconta la rivolta avvenuta anche lì e la successiva vendetta dei secondini.

Ma ciò che più vi voglio raccontare sono i giorni della rivolta, il perché e i soprusi subiti. Gli amici lasciati morire e i morti, e i feriti, e di come hanno provato a piegarci anche nell’animo. Abbiamo iniziato la rivolta per la solidarietà verso gli altri detenuti e per i nostri diritti negati senza motivo o almeno senza rassicurazioni ma per una semplice imposizione di ignoranza da parte delle istituzioni e della direzione carceraria. Era il 9 marzo. Prima della chiusura abbiamo sfondato telecamere e cancelli del carcere senza toccare uno solo degli assistenti, anzi dando loro la possibilità di scappare. Abbiamo preso il controllo del carcere arrivando fino sopra l’edificio, abbiamo contrattato con le istituzioni a lungo perché ci garantissero risposte, rassicurazioni, diritti, infine abbiamo deciso, dopo diverse ore, di restituire il carcere e il controllo alle istituzioni col patto di raggiungere un intesa e che non ci fosse fatto nulla, come noi non avevamo fatto a loro fisicamente. Siamo rientrati nelle celle di nostra volontà restituendo il carcere. Alcuni di noi si sono feriti durante la rivolta, altri hanno avuto accesso a farmaci pericolosi come il metadone che era in una cassaforte nell’infermeria con le chiavi attaccate, chiavi che se fossero state tolte avrebbero salvato vite. Ma non è bastato tutto questo, nel giorno a seguire e nei mesi fino a oggi abbiamo passato e ho visto ogni genere di sopruso, abuso di potere. Per cominciare la sera stessa chi è stato male per le medicine non è stato subito portato all’ospedale e infatti i 4 morti lo sono perché dopo che noi li abbiamo consegnati ai dottori e istituzioni finché ricevessero assistenza. Hanno subito un primo soccorso e sono stati riportati a morire in una cella soli e in preda ai dolori, abbandonati come la spazzatura. Che solo il giorno successivo chi era sopravvissuto ha ricevuto assistenza ed è stato portato in ospedale, chi non ce l’ha fatta, non ce l’ha fatta perché è stato lasciato morire senza un motivo o perché forse ancora non se ne aveva uno per farlo vivere. Con la speranza di cancellare tutto, di nascondere ciò che era successo……..Comunque per noi che invece eravamo lì nei giorni a seguire non è stato facile dopo aver portato via i cadaveri il giorno successivo, trascinati come immondizia in un sacco, e ciò lo dico perché l’ho visto con i miei occhi dalla cella,sono saliti i celerini, le squadrette carcerarie. Sono entrati cella per cella, ci hanno spogliato chi più chi meno e ci hanno fatto uscire con la forza, messi divisi in delle stanze e uno alla volta passavamo per un corridoio di sbirri che ci prendevano a calci,schiaffi e manganellate; per i più sfortunati tutto ciò è durato quasi una settimana tra perquisizioni, botte, parolacce, ci dicevano “merde, testa bassa!” “vermi” e quando l’alzavi per dispetto venivi colpito ancora più forte. Ricordo che per due giorni non passò neanche da mangiare e prima di cinque non avevamo potuto contattare neanche i nostri familiari. Io stesso sono stato in una cella allagata, bagno rotto dalle perquisizioni, nella merda più totale che c’era nella cella ho dormito in una palude senza coperte o zozze e bagnate; per tutti quei giorni ho provato a gridare, lamentarmi ma o mi veniva detto: “è quello che meriti merda” o venivo picchiato dalle squadre di celerini. Sono stato fortunato perché ho visto gente trascinata fuori senza denti o svenuta per le percosse, ho urlato a chi lo faceva per prendere anche la mia parte ma fortuna e caso sono ancora qua, altri, invece, non ci sono o sono stati trasferiti lontano e i più sfortunati hanno preso altre botte all’arrivo di un altro istituto. Abbiamo subito tutti in quei giorni, alcuni meno, altri più. Ci hanno tolto o volevano toglierci la dignità, ma voglio dirvi una cosa, non ce l’hanno fatta perché anche in quei giorni ci davamo manforte, c’erano risate, c’era la voglia di alzare la testa anche se ci veniva spinta giù con la forza, di guardare anche se ci veniva detto di non farlo, non ci siamo arresi mai e siamo ancora qua con la voglia di vivere e di ridere ma con la consapevolezza e il ricordo di ciò che è stato e degli amici persi e dei torti subiti in nome della loro giustizia che giustizia non è, ad oggi ci troviamo chiusi 20 ore su 24, 2 ore alla mattina 2 dopo pranzo, non ci sono attività ricreative così biblioteca, palestra, niente. Beh ci sarebbe tanto da dire ma ho cercato di esprimere il più come potevo. Ora vi saluto e vi ringrazio…..”.

Teniamo alta l’attenzione sull’evolversi della situazione per i detenuti, costruiamo la solidarietà per Mattia Palloni, Claudio Cipriani, Ferruccio Bianco, Francesco D’Angelo e Cavazza Belmonte che hanno avuto il coraggio e la forza di denunciare i drammatici fatti accaduti nel carcere di Modena.

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